“Contr’uno”, ovvero uno storico contro la tirannia della macrostoria
Leggendo l’ultimo libro di Carlo Ginzburg, scomparso il 16 giugno 2026, ci è venuto in mente che la sua opera magistrale di storico e intellettuale potrebbe intitolarsi “Contr’uno”. Il riferimento è al testo di Étienne de La Boétie, più noto come Discorso sulla servitù volontaria, citato spesso proprio ne Il vincolo della vergogna (Adelphi, 2026).
Quel che nel libro di de La Boétie, circolato clandestinamente a partire dal 1576, era il tiranno, ovvero l’uno che in ultima analisi deriva il suo potere dai sudditi che decidono di servirlo, nell’opera di Ginzburg potrebbe essere una certa fuorviante tirannia della macrostoria, ancora dozzinalmente in uso nel linguaggio pubblico e politico, con ripercussioni deteriori per le aspirazioni alle libertà delle masse, contro la quale far valere le voci minori degli emarginati, degli eretici, dei benandanti.
Proviamo a spiegare. Come aveva pur ritenuto Hobbes, nemesi teorica per eccellenza di de La Boétie, per il quale lo Stato si fonda tutto sull’autorità e sulla volontà invincibile, indivisibile e inalienabile del potere sovrano, al quale gli uomini e le donne volontariamente cedono le proprie risorse per poter vivere-bene, è indubbio che, mutatis mutandis, debba esserci una certa accondiscendenza (in)civile, una sorta di servitù intellettuale volontaria, nella tendenza della civitas a farsi da parte e delegare l’interpretazione della storia e dei suoi processi alle grandi narrazioni elargite dall’alto.
Una delega malpagata, in verità, allorquando ad essere compromessa dall’eliminazione delle voci di sottofondo della storia, tacitate dalla cosiddetta Grande Storia, è proprio la sopravvivenza della comprensione storica, che di quella microstoria plurale, viva nei particolari, nei segni in ombra, negli indizi di seconda mano, nell’irrazionalismo apparente, come mostrato proprio da Ginzburg, non può fare a meno.
Il vincolo della vergogna per capire chi siamo
Il tema della libertà, smarrita – dentro le macronarrazioni nei confronti delle quali i singoli se non anche i gruppi marginali e le classi subalterne vengono relegati alla superfluità – e possibilmente da recuperare – contro la nostra stessa compiacenza ad assecondare una vistosa manipolazione dei fatti e delle interpretazioni – sembra essere il filo conduttore dei saggi che compongono il Vincolo della vergogna. Letture oblique. Il titolo tradisce ironicamente un’appartenenza imbarazzante che lo storico torinese deve pur aver sentito con dolore rispetto a questa nostra inconsapevole e fragile società spesso impantanata in una complice zona grigia. L’incipit è magistrale:
Molto tempo fa mi sono reso conto improvvisamente che il paese al quale apparteniamo non è, come vuole la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergona, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore. […] La vergogna non nasce da una scelta: ci piomba addosso come una malattia improvvisa, invadendo i nostri corpi, i nostri sentimenti, i nostri pensieri. (p. 17)
Leggere Il vincolo della vergogna significa farsi guidare all’interno di un percorso obliquo che traccia connessioni non scontate con opere anche celeberrime per parlare del nostro presente. Così, se la docilità delle folle a farsi guidare da un meneur, da una guida scaltra autoritaria e reazionaria, sembrava rassicurare Gustave Le Bon alla fine dell’Ottocento all’interno del suo Psicologie delle folle – «un libro antirivoluzionario, scritto da un razzista» (p. 251) – Ginzburg non tarda ad accorgersi che tramite Le Bon l’anticipazione apodittica – ossia la folla intesa come gregge, incapace di fare a meno di una guida – è diventata realtà (p. 82). Le categorie di Le Bon, cioè, fatte proprie da Mussolini e da Hitler, si sono trasformate presto in una profezia che si autoavvera. Ginzburg prosegue oltre, tuttavia, chiedendosi se sia possibile oggi, ai tempi di Internet e delle fake news, riattualizzare quelle argomentazioni reazionarie:
«La folla solitaria on-line: [è] una contraddizione in termini? A questa domanda si dovrà rispondere negativamente. Una folla solitaria di consumatori alla ricerca di beni di consumo d’ogni genere […] non è certo una contraddizione in termini nell’epoca di Internet. La nostra è senza dubbio un’èra delle folle, per certi versi simile a quella che Le Bon annunciava e, in forma ambigua, auspicava, considerandola un rimedio alla minaccia del socialismo. Quella folla solitaria è alla ricerca non solo di beni di consumo, ma anche di pubblicità legata ai beni di consumo – paragonabile all’affermazione concisa, senza prove e senza dimostrazione» (p. 256) così disponibile a farsi irretire da notizie falsi e fatti manipolati. Così pronta a rinnovare una servitù volontaria.
L’avidità delle folle nei confronti di affermazioni e immagini tanto semplici ed in qualche modo rassicuranti quanto sganciate da ogni ragionamento è valsa durante la permanenza dei regimi totalitari e vale tutt’ora. La libertà è fragile, ma questa consapevolezza anziché turbare sembra produrre una corsa alla cessione di ogni suo margine residuo:
«Anche per Hitler il compito della propaganda “deve consistere, precisamente come nel manifesto pubblicitario, nel rendere attenta la massa”. A questo punto sorge inevitabile, una domanda: la persistenza del linguaggio della propaganda commerciale e politica, in contesti profondamente diversi, può aiutarci a comprendere il successo dell’ondata di destra che da tempo investe paesi tanto differenti tra loro, dall’Europa alle Americhe? La coppia Trump/Musk è già una risposta». (p. 88)
AP (19 giugno 2026) per Agorasofia
Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, Milano 2026.
Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Garzanti, Milano 2025.
Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, TEA, Milano 2004.
