L’Odissea di Nolan: il colossal e la notte dell’epica in cui tutte le vacche sono nere

Si fa fatica a riconoscere il Christopher Nolan di un riflessivo e cadenzato Memento oppure di un onirico e psicologico Inception in questo colossal che riporta in vita niente di meno che l’Odissea, un classico dell’epica greca in salsa tipicamente americana. Del resto, si fa fatica anche a riconoscere un Christopher Nolan senza il suo beniamino Christian Bale, che pure è salito alla ribalta grazie alla trilogia di Batman, fortunata saga sotto forma di colossal della rodata accoppiata Nolan/Bale.

Già, perché questa Odissea di Nolan si presenta al botteghino con tutte le carte in tavola per collocarsi, sia per budget investito sia per i temi epici trattati, nel solco della tradizione dei colossal che hanno fatto la storia del cinema internazionale. Non bisogna dimenticare che proprio in Italia comincia ad acquisire un significato cinematografico il termine “colossale” per indicare produzioni con investimenti e movimentazioni stratosferiche come La caduta di Troia del 1911 di Giovanni Pastrone oppure il più famoso Quo vadis? di Enrico Guazzoni del 1913 e Gli ultimi giorni di Pompei, di Eleuterio Rodolfi pure del 1913, seguiti poi dal celeberrimo Cabiria del 1914, diretto ancora da Giovanni Pastrone con la collaborazione nella sceneggiatura di Gabriele D’Annunzio.

Ed è quantomeno curioso notare che, ad un secolo di distanza, dopo che l’attenzione del colossal negli Stati Uniti, diventata nel frattempo la patria acquisita del cinema moderno, si era spostata verso tematiche più identitarie con pellicole come Via col vento del 1939 sulla Guerra civile americana e Casablanca del 1942 sulla Seconda guerra mondiale, sia ritornata di moda a partire dagli anni 2000 con lo spolvero del passato occidentale greco-romano a partire da Il Gladiatore di Ridley Scott del 2000, Troy di Wolfgang Petersen del 2004, Alexander di Oliver Stone del 2004, 300 di Zack Snyder del 2007, accanto ad altre fortunate pellicole che nel frattempo hanno ibridato le atmosfere epiche e medievali con argomenti fantasy per portare sullo schermo capolavori della letteratura moderna come i romanzi di J. R. R. Tolkien pubblicati nella prima metà del Novecento.

Ora, tornando all’Odissea che Nolan porta sullo schermo nel 2026 in forma di colossal con cast stellare, effetti speciali spettacolari e fotografia ipnotica (per questo basterebbe considerare, tuttavia, che alcune scene sono girate tra Grecia, Favignana, Lipari, Panarea, per cui piace vincere facile!), bisognerebbe chiedersi: in cosa consiste la “differenza specifica” di questo adattamento epico contemporaneo?

Ecco, una risposta plausibile, considerato il non casuale riferimento alla storia del colossal, in realtà, non si trova, giacché l’americanizzazione del cinema, che segue sempre il medesimo schema, fatto di combattimenti corpo a corpo, ritmo narrativo serrato con poche pause, coinvolgimento emotivo per effetto dell’eterno amore e spettacolare stordimento visivo e acustico, riesce a rendere indistinta, come la famosa “notte in cui tutte le vacche sono nere”, anche una storia di ingegno, pathos e hybris come quella di Ulisse.

Insomma, nel doverlo riportare alla memoria si fa fatica a non sovrapporre i personaggi cinematografici e alcuni fotogrammi di questa Odissea a quelli del valoroso Massimo ne Il Gladiatore, ad Achille di Troy, alle imprese di Alexander, allo “scontro di civiltà” di 300 e perfino dello stesso Agamennone nei panni di un improbabile Batman nella sua armatura da cavaliere oscuro.

Eppure, a voler salvare il plot nella ricerca della sua originalità, colpisce, nelle battute finali, l’esame di coscienza del temibile Ulisse, l’idea che tutta la cattiveria di dieci anni di attesa abbattutasi su Troia, città in Oriente, sia stata una inutile ed efferata carneficina per un inane scopo, per un capriccio di un King che, oggi come ieri, ha bisogno di un nemico per consolidare il proprio potere e di servili alleati per farsi ossequiare e spartire le responsabilità, violando i comandamenti degli dei che pure si afferma di adorare.

È in questi momenti che si comprende la “differenza specifica” del cinema italiano, quando i colossal li realizzavano registi del calibro di Bernardo Bertolucci, andando a pescare storie esotiche come quella dell’Ultimo imperatore, film del 1987 dal ritmo lento e meditativo, dalla narrazione non retorica e autocelebrativa e per questo, non a caso, rifiutato dalle case cinematografiche hollywoodiane, trovando addirittura nella Rai e nella Cecchi Gori Group dei finanziatori…ma davvero si trattava di altri tempi, forse anche più lontani idealmente dall’epica greca!

ML (12/08/2026) per Agorasofia


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