Quindi, si ricomincia! Il nuovo anno scolastico si preannuncia carico di novità, alcune delle quali, pensiamo, per nulla rassicuranti per il senso che verrebbe ad assumere la scuola pubblica all’interno della società (in)civile. Tuttavia, noi preferiamo, nel nostro stile, rimandare ad altri interventi la critica circostanziata, che abbiamo in più occasioni denunciato nei confronti delle politiche scolastiche, per molti aspetti deprimenti, susseguitesi negli ultimi decenni e guardare, oggi, a ciò che ci tiene ancora svegli.
Perché, a dispetto di Nuove Indicazioni Nazionali già invecchiate male; di riforme dei vari cicli d’Istruzione discusse e discutibili; dell’introduzione dispiegata e spietata dell’AI, che viene portata avanti senza mettere in discussione la perdita di libertà di un’istituzione pubblica quale è la Scuola; di una militarizzazione delle istituzioni e delle coscienze persistente e strisciante, che rende progressivamente accettabile la guerra come condizione permanente; a dispetto del precariato che condanna alla instabilità economica migliaia di colleghi e colleghe e di politiche da Psicoistruzione che gravano come un macigno su tutti gli operatori della scuola, da domani avremo di nuovo gli occhi aperti, spalancati sui nostri studenti e sulle nostre studentesse e sul loro percorso culturale, intellettuale, emotivo, sociale…
Ciò che ci tiene svegli, dunque. Così, per questi primi giorni di scuola vi proponiamo, come nostro piccolo contributo, una selezione di passi scelti tratti da libri di filosofi e storici che, sul significato profondo di queste discipline immortali, hanno riflettuto e scritto pagine cariche di senso*. Un inutile sforzo antologico per inaugurare il tempo ritrovato delle prime lezioni d’aula, da affrontare con l’immutata voglia di conoscere e riconoscere studenti e studentesse, provando a farli/e appassionare alla Filosofia e alla Storia, lontani/e, se possibile, dalla frenesia narcisistica e superficiale del mondo Artificiale.
AP e ML (08/09/2026) per Agorasofia
* I titoli, i grassetti e i corsivi, utili a dare organicità didattica ai brani proposti più sotto, sono nostri.
La prima lezione di Filosofia
Karl Jaspers, Introduzione alla filosofia
Una filosofia-senza-scienza
Il fatto che una costruzione filosofica, a differenza di quanto avviene nel campo delle scienze, non riceva l’unanime riconoscimento da parte delle altre, deve gettare le radici nella natura stessa della filosofia. […] Ogni prodotto della filosofia è certamente connesso al sapere scientifico e ai suoi sviluppi attraverso i secoli. Ma il senso della filosofia ha un’origine diversa. Esso sorge prima di ogni scienza, e ogniqualvolta l’uomo si risvegli a sé stesso.
Elencherò ora alcuni degli aspetti più interessanti di questa filosofia senza scienza.
Primo. In fatto di filosofia tutti si sentono in grado di giudicare. Mentre si riconosce che nelle dottrine scientifiche sono indispensabili studio, applicazione e metodo, si fa valere la pretesa che la filosofia sia abbordabile di primo acchito nella sua natura e nei suoi problemi. L’esigenza che la filosofia sia accessibile a ognuno di noi è però tutt’altro che infondata. […]
Secondo. Il pensiero filosofico richiede sempre schiettezza personale. Sta a ogni uomo di realizzare sé stesso. Una delle attestazioni più impressionanti del fatto che l’uomo è sempre personalmente impegnato nella filosofia è costituita dalle domande dei fanciulli. Non è raro il caso di trovare sulle labbra di un ragazzo ciò che va diritto nelle profondità della filosofia […].
Terzo. L’originario filosofare si manifesta, oltre che nei fanciulli, negli alienati. Talvolta, seppure raramente, è come se i fitti veli che normalmente li avvolgono si lacerassero e una disvelata verità prendesse la parola. […]
Chi è vicino a queste cose non può sottrarsi all’impressione che qui si squarci qualcosa sotto cui conduciamo solitamente la nostra vita. A molti sani è anche ben nota l’esperienza del rivelarsi di significati straordinariamente profondi al momento dell’incipiente risveglio dal sonno, significati che con il loro dileguare nel pieno risveglio, finiscono per limitarsi a rendere consapevole la loro impenetrabilità.
Il detto che i fanciulli e i pazzi dicono la verità nasconde un significato profondo. […]
Quarto. Poiché la filosofia è indissolubile dalla natura dell’uomo, essa è sempre rintracciabile in ciò che è di pubblico consenso, nei proverbi che vanno di padre in figlio, nei modi di dire della filosofia spicciola, nelle convinzioni predominanti, non meno che nel linguaggio della cultura, nelle intuizioni politiche e, principalmente all’inizio della storia, nei miti. Non è possibile sfuggire alla filosofia. Ci si può solo chiedere se essa sia consapevole o no, buona o cattiva, confusa o chiara. Il rifiuto della filosofia è pur sempre un atto filosofico, anche se inconsapevole.
In che cosa consiste dunque la filosofia
[…] È possibile escogitare sempre nuove formulazioni del senso della filosofia, ma nessuna formula potrà esaurire questo senso […].
Non è oggi la prima volta che la filosofia viene presa di mira in modo radicale e respinta in blocco come inutile e dannosa. A che scopo tenerla viva se non serve a nulla?
La mentalità autoritaria chiesastica ha condannato la filosofia indipendente accusandola di allontanare da Dio, di sviare nel mondo, di perdere l’anima in cose da nulla. La mentalità Politico-totalitaria ha rinnovato questa condanna: i filosofi si sarebbero limitati a interpretare variamente il mondo, mentre sarebbe venuto il momento di mutarlo. Per ambedue le mentalità la filosofia è qualcosa di pericoloso, perché sconvolge l’ordine, alimenta lo spirito di insubordinazione e quindi il disordine e la rivolta; essa inganna l’uomo e lo allontana dai suoi compiti reali. La forza di attrazione di un di là illuminato dalla rivelazione divina, oppure la potenza di un di qua sdivinizzato ed esclusivista, costituiscono due atteggiamenti che vorrebbero far scomparire la filosofia.
Sono queste le conseguenze a cui l’elementare criterio dell’utilità porta l’intelligenza quotidiana dell’uomo tutto d’un pezzo. Ma la filosofia si sottrae a questo cammino.
Una filosofia che unisce
La filosofia dovrebbe dunque giustificare sé stessa. Ciò è impossibile. Essa non può trovare la propria giustificazione nella sua utilizzabilità da parte di qualcos’altro. Essa può volgersi unicamente a quelle forze che sospingono ogni uomo al filosofare stesso. Essa si rende conto di avere a che fare con quelle cose che nel mondo sono sottratte a ogni questione di vantaggio o svantaggio, affrancata da ogni finalità esterna e affidata unicamente al perdurare della realtà stessa dell’uomo. […]
Essa non può lottare, non può difendersi e giustificarsi; può soltanto offrirsi alla comunicazione. La filosofia non oppone alcuna resistenza a chi la respinge, non celebra alcun trionfo quando è accolta. Essa vive nella concorde armonia che, alle radici dell’umanità, unisce tutti con tutti.
In grande stile e in un’articolata organizzazione sistematica la filosofia vive da due millenni e mezzo in Occidente, in Cina e in India; una grande tradizione incombe dunque sopra di noi.
I molteplici e diversi atteggiamenti filosofici, le contraddizioni e le pretese di verità opposte e reciprocamente escludentisi, non possono impedire che alle radici agisca qualcosa di unico, che nessuno possiede integralmente e nel quale confluiscono in ogni tempo gli sforzi più degni: l’eterna e unica filosofia, la philosophia perennis. È a questo fondamento storico del nostro pensare che siamo rinviati ogniqualvolta ci impegniamo a pensare in modo radicale e con purezza di coscienza. […]
L’inizio e l’origine della filosofia
La storia della filosofia, come pensiero metodico, ha il suo inizio due millenni e mezzo fa; come pensiero mitico, molto prima ancora.
Ma l’inizio è qualcosa di ben diverso dall’origine. L’inizio ha un mero valore storiografico, e importa per i posteri una crescente molteplicità di presupposti, in proporzione con l’attività di pensiero già compiuta. L’origine è invece la durevole sorgente da cui promana la spinta costante verso il filosofare.
[…] Il ceppo originario della filosofia è complesso. Dalla meraviglia traggono origine il domandare e il conoscere, dal dubbio intorno al conosciuto traggono origine l’esame critico e la certezza chiara, dall’interno commovimento dell’uomo e dalla consapevolezza della propria perdizione nasce la messa in questione di sé. […]
Debbo morire, debbo soffrire, debbo lottare, sono rimesso all’imprevisto, sono inevitabilmente esposto alla colpa. Queste situazioni fondamentali del nostro esserci sono da me indicate con l’espressione situazioni-limite. Ciò sta a significare che si tratta di situazioni nei cui riguardi nulla possiamo, di situazioni immodificabili. La consapevolezza circa queste situazioni-limite, raggiunta attraverso la meraviglia e il dubbio, costituisce la più profonda origine della filosofia […].
Verso una Filosofia della Pace
Questi tre motivi determinati [della filosofia, la meraviglia, il dubbio e le situazioni-limite] […] sono subordinati a una condizione decisiva, quella della comunicazione fra gli uomini. […] Io sono soltanto quando sono con gli altri. Solo non sono nulla. […]
[Nella comunicazione, filosofica] difesa e attacco sono allora mezzi, non già per predominare ma per avvicinarsi. La lotta è una lotta amorosa, in cui l’uno offre all’altro tutte le armi. […]
L’atteggiamento filosofico fondamentale a cui si ispira, in questo momento, il mio discorso, si radica nello stupore prodotto dalla mancanza di comunicazione, nello sforzo per una comunicazione genuina, e nella possibilità di quella amorevole lotta che congiunge l’autentico essere dell’uno con l’autentico essere dell’altro.
Solo nella comunicazione è raggiunto quel fine della filosofia in cui trova fondamento il senso di ogni altro fine: l’interiorizzazione consapevole dell’essere, l’illuminazione dell’amore, la conquista della pace.
K. Jaspers, Introduzione alla filosofia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pp. 1-19
Louis Althusser, Essere marxisti in filosofia
Vieni, qui vicino, a filosofare
La cosa è avvenuta da sé, ma è giusto che vi si confidi il segreto. Avevamo una grande casa fresca e un vasto giardino per la notte. Il vento frusciava sulla cima degli alberi e nelle fontane l’acqua fischiava. Era estate e gli amici filosofi, cioè tutti, non solo quelli famosi, venivano con la Luna, attirati dall’odore degli uomini e dal desiderio di conversare, mentre dalle foglie giungeva aria fresca. C’era della frutta sui tavoli abbandonati e dei pasticcini infarciti di sabbia del deserto che crocchiavano sotto i denti. Arrivavano gli uni dopo gli altri, gli uni insieme agli altri o da soli, sia quelli ancora viventi sia quelli morti, ma senza che mai si sapesse chi fosse morto e chi fosse vivo. Socrate – impossibile sapere, con la sua grassa risata, se aveva già bevuto la cicuta – il piccolo Menone che fremeva sotto l’acqua della verità (se aveva trovato i suoi due angoli retti), Descartes e la ghiandola pineale, Kant il copernicano – se Marx aveva già rovesciato Hegel o non ancora – Bergson dopo aver scoperto il trucco del cono e Wittgenstein giunto alla conclusione che quando non c’è altro da dire bisogna tacere. Erano lì senza età né tempo, senza storia, senza che si sapesse se l’avvenire fosse dietro di loro o meno, e se dinanzi avessero il passato, se lo portavano sulle spalle come un sacco di fichi o davanti su un vassoio per sostenere il petto e la coscienza. Da bravi filosofi, insomma, che dimorano nell’eternità del concetto, nella filosofia, che è «eterna», e ne sono a tal punto impregnati che smarriscono qualsiasi cognizione del passato e del futuro, vale a dire, come ha ben spiegato Agostino, del presente. Da lì deriva quel fraterno miscuglio di epoche, che li rendeva tutti reciprocamente contemporanei. Il grande disordine della temporalità nel disordine delle idee! (pp. 31-32)
La filosofia non è una scienza
Conveniamo di parlare di domande filosofiche per riservare il termine “problema alle scienze. Diremo quindi: ci sono domande e risposte in filosofia e sono problemi e soluzioni nel campo delle scienze. Ritengo questa distinzione essenziale per comprensione della filosofia. Se ci si vuole accostare alla filosofia, è necessario innanzitutto sapere che la filosofia non è una scienza, dunque che la filosofia, a differenza delle scienze, non solleva problemi e non scopre soluzioni, ossia delle conoscenze; la filosofia, invece, è una pratica del tutto diversa, che pone delle domande e fornisce loro delle risposte, senza che tali risposte corrispondano a delle conoscenze, come accade per le conoscenze scientifiche […]. La filosofia non è una scienza. La filosofia non ha oggetto nel senso in cui si dice che una scienza ha il suo oggetto […]. Dicevo: ogni scienza ha un oggetto. Bisogna aggiungere: il suo oggetto è limitato […]. La filosofia non ha oggetto […], perché non esiste sperimentazione filosofica, né esiste alcun dispositivo tecnico di sperimentazione filosofica. Di conseguenza, non esistono neppure ipotesi sottoposte a verifica o a smentita sperimentale. [La filosofia] non attende mai una soluzione, nel senso che non si aspetta mai di ricavare conoscenza dal suo oggetto, perché non è quello il suo fine. Si accontenta di porre delle domande filosofiche a proposito di un “oggetto X” […] e fornisce essa stessa la risposta a tale domanda, attraverso una precauzione degna di nota: la domanda filosofica […] contiene sempre in sé la risposta […]. (pp. 57, 58, 67, 68)
Attraverso quale genere di proposizioni si esprime la filosofia?
La scienza affronta difficoltà, pone problemi e produce le relative soluzioni, che corrispondono a conoscenze oggettive. Tali conoscenze si esprimono mediante proposizioni i cui termini essenziali sono costituiti da concetti. Che cos’è un concetto? Una o più parole che producono un’astrazione e riflettono una proprietà o un complesso di proprietà dell’oggetto della scienza.
In compenso, la filosofia pone delle domande e fornisce loro le risposte che sappiamo. Quale forma assumono tali risposte?
La forma di tesi. Che cos’è una tesi? Si tratta di una nozione difficile da spiegare […]. Noi sappiamo che i termini di cui si serve la filosofia sono categorie e non concetti. Diremo pertanto che una tesi è una proposizione che raggruppa un certo numero di categorie. Ad esempio: […] in una piccola frase, “Io penso, dunque, io sono”, tutte le categorie sono sovraccariche di significato filosofico. […]
Abitare uno spazio filosofico
Quando un filosofo pone una tesi, egli la pone sempre da qualche parte, in un luogo appartenente allo spazio filosofico. Quale spazio filosofico? Innanzitutto quello della propria filosofia, poi quello della filosofia del suo tempo e, infine, quello di tutto il passato della storia della filosofia.
Ma non dobbiamo farci illusioni riguardo al filosofo che «pone» così una tesi, poiché non ne «pone» mai una sola. Una tesi, in effetti, non va mai da sola: è sempre composta, vale a dire posta con l’insieme delle tesi che costituiscono la filosofia del filosofo considerato. Vedremo più avanti, paradossalmente, come tali tesi siano numericamente infinite.
Limitiamoci, per il momento, a osservare un po’ quello che accade. Quando un filosofo «pone» una tesi da qualche parte – prendiamo il caso estremo, quello dei suoi rapporti con un altro filosofo contro il quale combatte – egli non la può «porre» senza che essa «si opponga» alle tesi che vuole combattere. Ogni tesi è anche un’antitesi. E questo va da sé. Il filosofo non ha alcun bisogno di dichiarare le ostilità al suo avversario. Pone la sua tesi come si «pone» una mina nelle acque dell’avversario: la mina esploderà dopo che egli se ne sarà andato, allorché una nave nemica (una tesi nemica) vi si avvicinerà e andrà così in frantumi.
Tutte le tesi filosofiche sono a scoppio ritardato, nel senso che sono sempre in anticipo rispetto all’ora della loro deflagrazione. Strana pratica! (pp. 77-79)
L. Althusser, Essere marxisti in filosofia, Edizioni Dedalo, Bari 2017
Deleuze e Guattari, Che cos’è la filosofia?
Che cos’è la filosofia? Forse è una domanda che ci si può porre soltanto tardi, quando viene la vecchiaia, e l’ora di parlare concretamente. In realtà la bibliografia è molto esigua. La domanda è posta con un’agitazione discreta, a mezzanotte, quando non c’è più altro da chiedere. Anche prima ce l’eravamo posta, incessantemente; ma in maniera troppo indiretta, obliqua, troppo artificiale, troppo astratta. La affrontavamo di sfuggita, dominandola, piuttosto che facendocene catturare. Non eravamo abbastanza sobri. Troppo vogliosi di fare filosofia, non ci chiedevamo che cosa fosse, se non come esercizio di stile; non avevamo raggiunto quel punto di non-stile che consente di dire: ma cosa ho fatto per tutta la vita? […]
Per noi è semplicemente giunta l’ora di chiedere che cos’è la filosofia.
Porre la domanda tra amici
Anche prima, in realtà, non avevamo smesso di farlo, e la risposta non è cambiata: la filosofia è l’arte di formare, di inventare, di fabbricare concetti. Ma non bastava che la risposta si limitasse ad accogliere la domanda; era necessario anche che essa stabilisse un’ora, un’occasione, le circostanze, i paesaggi e i personaggi, le condizioni e le incognite della questione. Bisognava essere in grado di porla «tra amici», come una confidenza o una prova di fiducia, oppure lanciarla come sfida al nemico, ma anche aspettare quell’ora, all’imbrunire, quando si sospetta anche dell’amico.
È l’ora in cui si dice: «era questo, ma non so se l’ho detto bene, se sono stato abbastanza convincente». E ci si accorge che poco importa averlo detto bene, essere stati convincenti perché, ad ogni modo, ora di questo si tratta.
I concetti, lo vedremo, hanno bisogno di personaggi concettuali che contribuiscano alla loro definizione.
Amico è un tale personaggio, di cui si dice anche che testimoni di un’origine greca della filosofia: le altre civiltà avevano i Saggi, ma i Greci introducono gli «amici», che non sono soltanto dei saggi più modesti. I Greci avrebbero dunque sancito la morte del Saggio sostituendolo con i filosofi, gli amici della saggezza, coloro i quali cercano la saggezza ma non la possiedono definitivamente.
Gilles Deleuze e Félix Guattari, Che cos’è la filosofia, Einaudi, Torino 2002, Introduzione
Jean-François Lyotard, Perché la filosofia è necessaria
Filosofia e desiderio
Chiedendoci non “che cos’è la filosofia?”, ma “perché filosofare?”, mettiamo l’accento sulla discontinuità della filosofia con sé stessa, sulla possibilità della filosofia di essere assente. [… Il motivo per cui la filosofia debba essere] continuamente ristabilita è perché essa sprofonda, sfugge, si immerge. Ma allora perché filosofare piuttosto che non filosofare? […]
[L’avverbio] perché porta in sé l’annientamento di ciò che esso interroga. In tale domanda sono ammesse sia la presenza reale della cosa interrogata sia la sua possibile assenza.
Ora, il segreto dell’esistenza della filosofia potrebbe risiedere proprio in questa situazione contraddittoria, contrastata. Per comprendere meglio la relazione tra l’atto di filosofare e la struttura presenza-assenza, conviene esaminare che cos’è il desiderio. In filosofia c’è infatti del philein: amare, essere innamorato, desiderare. Rispetto al desiderio vorrei indicarvi due temi:
- […] Chi desidera ha ciò che gli manca, altrimenti non desidererebbe, ma nello stesso tempo non lo ha, non lo conosce, altrimenti ugualmente non lo desidererebbe […].
- […] L’essenziale del desiderio sta nella struttura che combina la presenza e l’assenza. […] Esiste il desiderio nella misura in cui il presente è assente a sé stesso, o l’assente presente. Di fatto il desiderio è suscitato da […] qualcosa che c’è non c’è ma vuole esserci, vuole coincidere con sé stesso, realizzarsi, e il desiderio non è altro che la forza che tiene insieme, senza confonderle, presenza e assenza […].
La ricerca dell’unità perduta
In un’opera giovanile, Differenza fra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling (1801), Hegel scrive:
“Quando la potenza dell’unificazione scompare dalla vita degli uomini e le opposizioni hanno perduto il loro rapporto vivente e la loro azione reciproca e guadagnano l’indipendenza, allora sorge il bisogno della filosofia” (Lezione I, 14).
Ecco una risposta chiara alla nostra domanda: perché filosofare? C’è bisogno di filosofare perché abbiamo perso l’unità. L’origine della filosofia è la perdita dell’uno, è la morte del senso.
Ma perché si è persa l’unità? Perché i contrari sono diventati autonomi? Com’è che l’umanità che viveva nell’unità, per cui il mondo ed essa stessa avevano un senso, erano significanti, come dice Hegel nello stesso passo, ha potuto perdere questo senso? Che cos’è successo? Dove, quando, come, perché?
[…]
Questa unità non è quindi perduta definitivamente; il fatto che ci sia una storia della filosofia, ossia una dispersione, una discontinuità essenziale alla parola che vuole pronunciare tale unità, prova certamente che non siamo in possesso del senso; ma il fatto che la filosofia sia storia, che lo scambio di ragioni, passioni e argomenti tra i filosofi si sviluppi in un’ampia sequenza determinata, all’interno della quale qualcosa avviene, un po’ come in un gioco di carte o di scacchi, è la prova che i segmenti prodotti dalla diversità degli individui, delle culture, delle epoche, delle classi, nella trama del dialogo filosofico, formano comunque un insieme, è la prova che c’è una continuità, quella del desiderio di unità. […]
Sappiamo perché c’è bisogno di filosofare: perché l’unità è perduta, e noi viviamo e pensiamo nella scissione, come dice Hegel; sappiamo che questa perdita è attuale, presente, non perduta in sé […].
Ecco, quindi, perché filosofare: perché c’è il desiderio, perché c’è dell’assenza nella presenza, del morto nel vivente; e perché è in nostro potere il fatto che esso non sia ancora tale; e anche perché esiste l’alienazione, la perdita di ciò che si credeva acquisito e la scissione tra il fatto e il fare, tra il detto e il diere; infine, perché non possiamo sfuggire a questo: testimoniare la presnza di una mancanza attraverso la nostra parola.
In realtà, come non filosofare?
Jean-François Lyotard, Perché la filosofia è necessaria, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, pp. 3-6; 23, 37, 39, 77
