Reggere lo scettro dell’Intelligenza Artificiale. L’impero è pur sempre un impero!

Daniela Tafani, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, da alcuni anni si dedica a ridefinire, fuori dalle narrazioni dei media e di social, gli sviluppi delle forme di Intelligenza Artificiale, aprendo il vaso di Pandora dei suoi inganni e delle manovre di chi ne possiede le chiavi, di chi ne detiene lo scettro (clicca qui). Così come lavora a ricollocare il concetto di etica. I costumi morali, la modalità di relazione fra viventi (e non) e, soprattutto, i rapporti sociali determinati dalle differenze di classe, di status, sono definiti all’interno dei confini del potere, chi lo esercita li stabilisce. Applicata questa distinzione al campo dell’intelligenza artificiale, l’etica diventa algoritmica, programmabile, occasionale.  (clicca qui). La riflessione parte da lontano. Parto dai suoi lavori per argomentare a mia volta.

Nel 1913, il giurista Louis Brandeis già commentava come il mercato, soprattutto nello spietato regime della concorrenza, fosse una “creatura del Diritto”. Nel suo ragionamento i trust, le corporations, erano una malattia, una metastasi generata da un carcinoma primario, il mercato stesso, tutto ciò che oggi Emiliano Brancaccio definisce centralizzazione della produzione e del capitale azionario[1]. Per il giurista e per Tafani ogni Stato è complice dell’attuale forma di neoliberismo, esercita una funzione dittatoriale, di disciplinamento per nulla provvisoria, ma inevitabilmente stabile. Nulla di simile alle forme di ristoro della legge, che Carl Schmitt prevedeva per alcuni periodi storici di eccezionalità, una transitorietà necessaria dopo o durante momenti di crisi di precedenti ordinamenti[2].

Grazie all’insediarsi nel cuore dello Stato di tali metastasi mercantili, fino a esaurimento delle energie di resistenza immunitaria, la società segna la sua fine, come si augurava avvenisse la premier Margaret Thatcher con la sua cura-austerità. La società assume il volto deforme dell’azienda, del verticismo manageriale e guadagna la subalternità del lavoratore-consumatore-obbediente. La frantumazione crea start-up simili a città-stato, civiltà rinascimentali dei giorni nostri, costituite su gangli di connessione e di centralizzazione che le rendono simili a un carcinoma in fase di progressione metastatica.

Nel caso dello Stato italiano, nato nel secondo dopoguerra, Mario Draghi – in Era Covid e nel momento della pubblicazione dei documenti del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR) – dichiarò che, ricorda Tafani, le tutele costituzionali sono un ostacolo della necessaria innovazione della produzione, industriale e dei servizi. Del resto, gli faceva eco John Pierpont Morgan che, più esplicitamente, considerava come impedimento al libero fluire dei mercati tutti i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici che in quelle carte costituzionali avevano fondamento. Moniti al disciplinamento sociale, dunque. Da quando si è insediato l’attuale esecutivo ne abbiamo avuto diversi saggi. I decreti sicurezza, illegittimi in base alla Costituzione, sono divenuti leggi ordinarie. Il diritto di sciopero e di protesta è stato limitato e/o sospeso, la repressione del dissenso nelle città, nelle zone da anni impegnate a lottare contro le erosioni del suolo e le devastanti trivelle, in Val di Susa a nei paesi a ridosso degli insediamenti di Tempa Rossa, in Basilicata, è diventata una costante. Diritti del lavoro, proprio nei luoghi citati, sono sottoposti al ricatto padronale, come già avvenuto a Taranto, nel quartiere Tamburi. Vuoi lavorare? Accetta quel che ti vien offerto e taci sulle malattie, le morti da polveri sottili, i turni massacranti, il salario da fame.

Tracciando la cartografia del nuovo modello capitalista Tafani spazia con precisione chirurgica sugli effetti nelle istituzioni statali di supporto, evidenziandone anche i più subdoli tratti bonari. Un modello che ricorre – per sopperire alle carenze della distribuzione di reddito – alla prerogativa feudale dell’elemosina nella forma di concessione di bonus una tantum ai salariati che non riescono ad arrivare a fine mese, così come ai membri improduttivi, inoccupati. Soggetti “da rinchiudere in celle sigillate”, scrive Tafani, in zone virtuali di vita appagante. Per i migranti nemmeno questo, ma celle reali, nei centri di raccolta e concentramento.

Tafani centra il ragionamento sull’AI, sulle sue forme, colte laddove esse esercitano il loro potere mostrandosi, oppure occultandosi. Insomma, le sue maschere. Le definizioni del fenomeno, oggetto di svariate narrazioni, provo a ordinarle così come compaiono nei suoi testi:

1. «espressione di marketing con la quale si designa una famiglia di tecnologie eterogenee […vendute come dotate di] tratti antropomorfi», di capacità cognitive migliori di quelle umane, soprattutto in termini di memoria ed elaborazione di informazioni. Ma, si dà il caso che tutto giri su software computerizzati, ideati da menti umane, manovrati da oscuri digitatori che, già qualche anno fa, un sociologo, definiva i nuovi turchi, gli automi settecenteschi dotati di tastiera[3]. Tafani a questo aggiunge l’osservazione dell’ex ministro greco dell’economia, Yanis Varoufakis, sulla conduzione da feudo digitalizzato dei magazzini Amazon che, aggiungo io, fa il paio con l’addestramento militare dei capoccia della stessa azienda, come è stato evidenziato anche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (clicca qui);
2. «sistemi probabilistici […] che riconoscono modelli statistici in enormi quantità di dati»;
3. «sistemi di apprendimento automatico e potenti infrastrutture di calcolo»: sulla capacità di AI di scrivere testi, di generarli, si tratta di non farsi incantare come di fronte a qualcosa di proveniente da un mondo alieno e superiore. Correttori, traduttori, compilatori di testi e fornitori di informazioni girano mediante la formula del Largue Language Model. Siamo a fronte di un fenomeno di furto di dati, big e small, di raccolta continua dell’uso di idioletti, lessici famigliari, gerghi, dialetti più o meno autentici, pidgin consolidati, ibridazioni dei discorsi scambiati dai parlanti sui social, tessuti testuali raccolti nei milioni di libri e scritture prodotte nel tempo da noi umani, e altro ancora. Il tutto rielaborato da una memoria implacabile, sempre in movimento. Algoritmi addestrati con un modello pavloviano, di risposte buone o sbagliate agli stimoli? Forse. Nel caso dei libri succede che vengano letteralmente macinati, ridotti a brani e lacerti digeribili dalla macchina ed evacuati in modelli di scrittura (clicca qui).

Al momento, un umano che legge e scrive autonomamente, dotato di qualche buon strumento, nutrito alla “vigna dei testi”, per citare Ivan Illich, può ancora capire in che modo si manifesta il miraggio[4]. Eppure, anche i più avvertiti possono essere ostaggi della macchina su cui è stato costruito il mito della correttezza e dell’attendibilità. Uno dei dieci miti su cui ci allerta Tafani, il sesto, per l’esattezza. Del miracolo della prosa AI, della competenza nella traduzione da tutte le lingue, si alimenta il mito dell’eccezionalismo tecnologico, dice Tafani, e la credenza della veridicità (clicca qui). Frédéric Kaplan, professore di Umanità Digitale, individua nella forma retorica dei testi prodotti dalla penna di ChatGPT la metrica che la caratterizza, in tutte le lingue che la chat pratica. Si tratta dell’alternarsi di due strutture formali:

1. Il dittico-fulcro, composto da un’affermazione a cui segue una frase introdotta da una disgiuntiva (…ma…però), un dubbio, un’incertezza…non si sa mai, ad essere perentori si sbaglia;
2. Il trittico ritmico, che esagera nel convincere il lettore, rinforza, ripete almeno tre volte un vocabolo, un aggettivo, un avverbio mediante sinonimie, somiglianze (effettivamente, sicuramente, certamente…). Kaplan ricorda che era una pratica dei Sofisti. Con queste tecniche oratorie i retori a pagamento riuscivano a parlare di tutto, ad argomentare su tutto, anche sulle false opinioni, lasciando spesso il pubblico nello sconcerto o con un effetto bulimico di bias (clicca qui).

A proposito di testi palesemente scritti da ChatGPT, Tafani in un articolo di redazione della rivista online ROARS analizza una riflessione apparsa sul quotidiano Il Corriere della sera, a firma Giovanni Lo Storto, Direttore dell’Università LUISS, dedicato proprio all’uso della scrittura attraverso i dispositivi AI e sul suo effetto sulla didattica e sulla ricerca negli atenei. Le tautologie, le contrapposizioni binarie (formare vs apprendere), il rinforzo cognitivo prodotto dalle ripetizioni (codificato, misurabile, prevedibile…), le 600 parole come lunghezza richiesta per l’attendibilità dell’argomentazione che, asciugati i contenuti, possono essere ridotte a 70, rivela che il Direttore – o chi per lui – si è avvalso di Chat GPT per scrivere il pezzo. Ciononostante, la nuova religione pagana fa proseliti, grazie alla disaffezione al dubbio, alla critica, alla ricerca dell’errore o del percorso laterale a quello tracciato dal dispositivo. Problema strettamente legato al vuoto giuridico di regolamentazione, o meglio, alla giustificazione di una sorta di perenne stato di eccezione (clicca qui).

Dal testo di Katharina Pistor[5], citato da Tafani, si ricavano numerosi esempi di come il diritto possa creare e suffragare il capitalismo dell’esproprio. L’attribuzione di personalità giuridica alle compagnie dell’agroalimentare e il non riconoscimento della proprietà – inappropriabile per il singolo! – di terre e sementi, ha privato le popolazioni locali di ogni diritto alla restituzione delle loro terre, nei secoli appartenenti in modo circolare ai coltivatori che – ahimè – non hanno mai pensato di andare da un notaio (ivi, p. 41 passim). La giurista americana sottolinea gli aspetti inquietanti delle procedure legali che, sul modello statunitense, sono arrivate anche al nostro Paese. Lo smaltimento delle annose verifiche giudiziarie può esser risolto con il ricorso alla memoria algoritmica che le replica, senza considerazione – come è obbligazione dei giudici istruttori – delle singolari circostanze in cui è avvenuto il reato o in cui si è formata la presunzione che di reato si tratti. Il rischio è di prevedere in anticipo la sentenza e anche le probabilità statistiche di reiterazione del reato stesso, o di altra violazione analoga. La medesima situazione vale per gli avvocati che accedono alla memoria digitale di passate arringhe, copiandone la struttura (ivi, pp. 187, infra).

La schedatura di ciascuno di noi, il ricorso al riconoscimento facciale di cui si discute in questi giorni anche in Italia, fanno sì che aziende, gruppi bancari agenzie fiscali, corpi di polizia possono costruire archivi permanenti di dati somatici, ben più sofisticati dell’uso delle impronte digitali, da usare per insolventi, migranti, dissidenti fermati dalle forze dell’ordine. Tutte forme di «disciplinamento, controllo e repressione delle istanze collettive». ricorda Tafani che non manca di evidenziare, nel sistema di valutazione dell’INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione, incaricato dal MIM), il tracciamento e lo stigma nel curriculum degli studenti e delle studentesse fragili. Anomalia giuridica contro cui poco è valso il ricorso di associazioni, singoli portatori di interesse, organizzazioni sindacali al Tavolo del Garante della Privacy. Per la verità, senza troppo impegno dei sindacati maggioritari. Del resto, INVALSI utilizza un personale concetto di etica, costruito sulla oggettività del dato raccolto, a monte setacciando le informazioni personali, a valle con i test di apprendimento. Tutti sullo stesso piano, gli studenti italiani e le studentesse italiane valutate/i equamente dai dispositivi, non da capricciosi insegnanti, potranno fruire di esiti certi su una presunta uguaglianza di opportunità iniziale.

Chiudo ricordando la riflessione di Daniela Tafani – in tutti i suoi scritti – sul lavoro, sulla liquefazione progressiva dei diritti costituzionali, sul ruolo che potrebbe avere sull’occupazione l’AI. “Lavorare tutti, lavorare meno? O lavorare tanto e rimanere poveri?”. Serve ancora la manodopera di basso profilo? Preoccupazioni molto gridate dai media e di cui finiscono per convincersi gli stessi lavoratori e le lavoratrici, senza avere gli strumenti nemmeno sindacali per controllare il fenomeno ed evitare che Governo e associazioni aziendali usino le statistiche per spaventare i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, privati e pubblici. Anche il quotidiano della CEI «Avvenire» pubblica in merito, molto spesso, articoli allarmanti (clicca qui). Nel mirino soprattutto i circa 15.000 posti nei call center. Come più su ricordato è un caso di lavoro di merda su cui Tafani chiude il primo saggio che ho commentato. Lavori che gonfiano la propaganda governativa sul numero di occupati. Se le cuffie degli operatori dei telefoni sarebbe un bene passassero alle dita meccaniche dei robot ad impiegare gli esuberi, ci penserà il generatore di occupazioni fasulle. Cito, non a caso il foglio cattolico, visto che trarrò, da quanto scritto finora, alcune conclusioni.

C’è un piccolo Stato insediato nel cuore di Roma. Vanta una storia millenaria e la sua diplomazia è riuscita spesso – nei secoli scorsi – a cambiare assetti europei, a influenzare pesantemente la politica dello Stato italiano del secondo dopoguerra (dopo aver firmato norme pattizie con il regime fascista). In questi giorni dal trono, dal soglio del suo sovrano, si è levata una voce sui rischi contenuti nelle applicazioni della tecnologia, soprattutto delle forme dell’AI, delle sue connessioni con il mercato delle armi e i teatri di guerra. La voce è contenuta nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Testo pastorale (la custodia…) rivolto al mondo delle anime cattoliche e non solo, avendo intenzioni di diffusione assai più ampie, dall’attuale titolare della cattedra vaticana, Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost.

Il nome scelto dall’agostiniano, richiama il Leone XIII della Rerum Novarum, accorto tentativo di tenere a bada i conflitti sociali ottocenteschi, di stampo socialista e marxiano, dando tutele non aliene da proselitismo, ai lavoratori, come era fino allora avvenuto per la gestione caritatevole dei servizi alla popolazione (ospedali, ospizi, collegi di formazione e istruzione). Nell’Enciclica del Leone americano il richiamo a quel testo è continuo. Poiché non ho né gli strumenti né la vocazione atti a occuparmene, farò – proprio sulla scia del lavoro di Tafani – solo alcune annotazioni. La prima riguarda l’enorme risonanza che questo atto papale ha avuto. Come se negli ultimi trent’anni pochi avessero letto e studiato l’immensa ricerca sugli impatti sociali della tecnologia, prima industriale e poi digitale, sul favoleggiare relativo al web libero[6].  

Non solo il volgo disabituato al pensiero critico, ma tutti gli schieramenti politici di quel che possiamo (non senza fatica) definire di sinistra, hanno atteggiato le labbra a una “ooo” di meraviglia. Accoglienza positiva all’Enciclica anche dei conservatori reazionari di destra, che forse vorrebbero reintrodurre una moratoria nel rapporto fra scienza e dottrina della Chiesa, replica del giuramento antimodernista che dovevano firmare coloro che si iscrivevano all’Università Cattolica[7]. Mentre la bolla tecnologica digitale rimane economicamente gonfia e capace di influenzare tutti i settori sociali, mi pare che le voci che vengono dallo staterello e le grida dei suoi fogli, vogliano lasciarsi, uno spazio, uno spiraglio di ottimismo per un capitalista bonario. Infatti, poco rilievo ha nel testo l’aspetto più importante: chi governa la produzione di algoritmi, chi è il padrone e il solo sicuro beneficiario della sua redditività.  La stampa cattolica non lancia solo allarmi, ma commenta la possibilità degli usi pacifici e di buon profitto della AI, anche per chi sta alla base della piramide sociale. Al recente summit svoltosi, nella residenza papale di Castel Gandolfo (Roma), con gli accademici che hanno conseguito un Premio Nobel, sono stati invitati anche rappresentanti dei gruppi che governano le applicazioni di AI. Per carità, il contraddittorio è sempre cosa buona, ma a me, ignorante e miscredente, la nuova Civitate Dei creata dalla tecnologia, suona male (clicca qui e anche qui).

Su una rivista dei cristiani di base di Pinerolo «Viottoli» trovo un lungo commento sull’Enciclica (che si unisce ai moltissimi altri pubblicati da gruppi cattolici e non), in cui si ricorda che «nelle settimane precedenti [la pubblicazione del testo papale] Leone XIV aveva incontrato anche rappresentanti di Google, Meta e Amazon [che] non equivale a un’approvazione delle loro attività»[8]. Già, anche i magnati avranno ascoltato con grande attenzione per capire come la questione dell’etica di AI dava loro profitto. Il Leone americano, non è un ingenuo, ma nemmeno lo sono i manager. Sulla stessa rivista – come di consueto, in circa trenta anni di pubblicazioni – leggo che i cristiani devono liberarsi «dall’oppressione materiale e simbolica di una istituzione patriarcale totalmente umana [con il potere] di controllare le coscienze guidandole, condannando o assolvendo». Il titolo dell’articolo è Anche Gesù era solo un uomo[9].

E il papa? Sempre infallibile come volle un atto del 1870? Ma certo, qui non si discute di dogmi (o sì?), ma di una autorevole interpretazione, nel cui testo i dogmi sono citati, eccome.  Su un sedile della metropolitana di Roma trovo la rivista Piazza San Pietro (n. 5/2026 Fabbrica del Vaticano, costo 4 euro). Dopo 16 pagine dedicate al culto mariano (la doppia verginità di Maria, concepita dalla a sua volta dalla vergine Anna, è dogma sancito da due concili vaticani), alcuni articoli sulla pace, il resto è sull’Enciclica. Nell’immagine che accompagna l’articolo-chiave, una mano di acciaio tocca un dito femminile, in stile Cappella Sistina. Un dio meccanico seduto forse su un cloud, fa della donna un essere a sua somiglianza? Oppure è la mano femminile a rendere umano il corpo d’acciaio? Mi colpisce un titolo: Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi. Uno sguardo sul futuro dell’umano nel lavoro, la prima frase è una citazione da Agostino. Noi, chi? Domande impegnative dopo la lettura del lavoro di Daniela Tafani.

E sempre nella mia scomoda posizione di miscredente rilevo che, essendo la forma anche sostanza, sono istruttivi nell’Enciclica i richiami reiterati non solo alla vergine Maria, ma anche allo Spirito Santo che ogni anno fa da conciliatore della babele, citata dal Papa come esempio di hybris umana e tecnologica, nel giorno della Pentecoste. E altrettanto sintomatico il fatto che l’amore per l’umanità e la sua difesa non escluda la netta condanna alle pratiche abortive e all’eutanasia. Io, non si sa mai, ho notificato un testamento biologico, non vorrei finire nella tenaglia dell’accanimento terapeutico dei giurati di Ippocrate e di quello dell’amore cristiano. Non so, se è appropriato, ma mi viene in mente l’ecologista Chico Mendes e provo a parafrasare un suo celebre aforisma: senza lotta di classe, l’etica applicata ad AI è puro giardinaggio retorico.

RP (11/08/2026) per Agorasofia

[1] E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Mimesis, Milano 2022.
[2] C. Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell’idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria, il Mulino, Bologna 2024.
[3] R. Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, Roma 2018.
[4] I. Illich, Nella vigna del testo. Per una etologia della lettura, Raffaello Cortina, Milano 1996.
[5] K. Pistor, Il codice del capitale. Come il Diritto crea ricchezza e disuguaglianza, Luiss University Press, Roma 2021.
[6] Ippolita, La rete è libera e democratica: FALSO!, Laterza, Roma-Bari, 2014.
[7] L. Muraro, Esserci davvero, Libreria delle Donne di Milano, p. 26.
[8] «Viottoli», anno XXIX, n 1/2026 p. 53.
[9] Ivi, p. 40.

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