Francesco Guccini: radici, ritratti e stanze quotidiane della nostra vita

Ciò che mi domando, che mi sono domandato fin dalla prima volta in cui l’ho ascoltata, è se sia la sua voce a creare uno strappo nell’anima. Quella voce così severa, quasi improbabile da trovare in un disco, in grado di cambiar colore e farci ridere… e farci commuovere fino alle lacrime.

Oppure, sono quegli accordi usuali, messi in fila a formare, infine, un incastro perfetto con le nostre malinconie, a farci attraversare un universo di sentimenti, a guidarci e sedurci fino alla tenerezza? 

O, ancora, sono quelle pause fra parole sovraccariche di senso a strattonarci in una dimensione di nostalgie irrisolte cui non sapevamo di appartenere? 

Davvero, non lo so dire cosa sia, ma continua ad accadere che, ascoltando le sue canzoni, ci si senta insieme, fratelli e sorelle di chi – come noi – continua a fare una fatica enorme per abitare con dignità questo mondo.

Francesco Guccini è stato un cantastorie ineguagliabile. Con lucidità e rigore è riuscito a trovare vie inesplorate, originali e profonde, per descrivere questo LungoNovecento, duro a morire nei suoi rigurgiti neoimperialisti, neocolonialisti, neofascisti verso i quali ha sempre espresso una ferma condanna – con buona pace di chi a destra, anche ultimamente, ha provato ad addomesticarlo per renderlo un cantante trasversale, uno di quelli da poter citare opportunisticamente, come se ci si potesse appropriare delle sue belle parole senza badare alla loro potenza e al confine netto che esse tracciano tra sistemi di valori incompatibili.

2. Non artista, solo un piccolo baccelliere

Senza la pur minima pretesa di voler tratteggiare una poetica dei suoi testi, mi piace lasciarmi consolare dall’idea che Guccini non si sia mai nascosto. Lo amiamo perché lo abbiamo visto tra le righe del suo Cirano, commosso dall’amore più puro e inflessibile nella condanna di prezzolati opportunisti interessati ad altro che a sé stessi.

Guccini è il suo don Chisciotte, idealista avvezzo a maneggiare i sogni per non cedere al realismo, al fatalismo, lucidamente in lotta, da matto inerme, contro il Potere.

È i suoi Migranti, la loro memoria che trasuda di un presente doloroso, la loro sofferenza e la loro ingenua speranza da ultimi della terra.

È il suo Odysseus, legato al mondo contadino, al vino e alla terra: non appartiene al mare, ma è costretto a navigare per desiderio di conoscenza, per entrare in porti sconosciuti.

E ad ogni viaggio reinventarsi un mito
A ogni incontro ridisegnare il mondo
E perdersi nel gusto del proibito

3. Contro la gente che non sogna

Guccini con le sue canzoni ci ha lasciato un metodo, lo dissemina ovunque, appena può, inoltrandoci, attraverso una nuova fiaba, dentro un percorso fatto di dubbi e curiosità, che comincia proprio dal sentirsi atopos, fuori luogo rispetto a un mondo patinato fatto di nebbia, pieno di sembrare. Soprattutto, Guccini ci lascia una nitidissima visione del mondo, che aborre le guerre, la costrizione e la sopraffazione, lontanissimo dalla brutalità del capitale, dal perbenismo interessato, dal cinismo, dall’indifferenza di chi accetta tutto il dolore che c’è con una scrollata di spalle, senza più neanche provarlo a sognare un posto in cui non soffriremo e tutto sarà giusto. Il mondo delle sue canzoni è l’utopia che si realizza, pur nell’assenza dell’happy-end, nel gesto poetico e anarchico dei protagonisti sconfitti e invincibili dei suoi testi.

Ripercorrendo a memoria alcuni dei suoi capolavori è facile riconoscergli una grandezza poetica: Guccini è riuscito a rendere universali luoghi remoti e personalissimi rivestendoli di una familiarità esemplare. Ha incastrato le voci delle persone a lui care alle nostre esperienze, anche solo sognate. Ha cantato con identico lirismo le gesta di personaggi da romanzo e quelle di persone comuni, rendendole memorabili. Ha raccontato sentimenti profondissimi solo soffermando la parola su gesti ordinari, posti in rilievo quel tanto da consentir loro di imprimersi, indelebili, nel nostro immaginario. Farne un elenco sarebbe puerile, però mi sia concessa una eccezione:

La ragazza dietro il banco mescolava birra chiara e Seven-up

4. Poter essere una locomotiva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia

Guccini con la sua opera ha provato a sottrarsi(ci) al feticismo delle merci, ha ricondotto le cose all’uomo, ha preservato, vivificandola, la memoria di costellazioni di oggetti di un universo di senso altrimenti perduto e incomprensibile (l’Eskimoinnocente” è dettato solo dalla povertà; il treno, ne La locomotiva, corre ignaro, per portare qualche esempio); ha creato poesia intorno a posti e persone improbabili, sui quali il nostro sguardo non si sarebbe mai posato con tale intensità; ci ha richiamato al dovere di non voltarci dall’altra parte di fronte alle ingiustizie e ha reclamato per noi il diritto di potersi sentire al plurale, solidali nell’affrontare questo gioco chiamato vita, che sempre si compie nell’ineluttabile scorrere del tempo.

Per tutti questi motivi e per infiniti altri, le canzoni di Francesco Guccini rimangono un filo rosso: ricordi di un passato personale e collettivo che scorrono davanti agli occhi, sostenuti e intrecciati dalla sua colonna sonora. Gli u(a)mori giovanili, le alcove segretissime in cui abbiamo consumato con immatura voracità la nostra ansia del mondo, rimangono, nelle loro pieghe, al riparo dall’oblio.

Ma quelle canzoni sono, anche, una promessa fatalmente mantenuta, perché a canzoni non si fan rivoluzioni e la società continua ad essere feroce e cinica. Malgrado tutti i nostri fallimenti, i nostri voli da tacchino, esse ci insegnano che si può mettere una mano davanti alla locomotiva – al progresso disumanizzante e cannibale – provare a fermarla pur sapendo che da sola la nostra mano non servirà a nulla e nel frattempo coltivare la speranza che molte altre possano aggiungersi.

Soprattutto, le canzoni di Guccini sono un nodo al fazzoletto: rammentano a generazioni distanti chi sono i nostri padri e le nostre madri; ci dicono che col posto dal quale veniamo, con la nostra Piccola città, dobbiamo farci i conti; senza indulgenze, ci danno un’appartenenza fatta di umanità, compassione e libertà; sostengono quella voce collettiva, a volte sovrastata eppure viva, pronta a ricordarci che possiamo ancora… che dobbiamo pur provare… che abbiamo ancora la forza

AP (9 agosto 2026) per Agorasofia

* La foto di copertina è un’opera dell’artista siciliano Concetto Mendola, Francesco Guccini (dettaglio, work in progress).

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