L’educazione alla bellezza come impegno civile

La profondità con la quale il carissimo amico e collega Fabio Peserico nel suo libro Filosofia della bellezza e bellezza della filosofia scava nell’animo umano alla ricerca della Bellezza rappresenta il sintomo di quella fecondità di pensiero di chi ha raggiunto un grado di maturità che i greci definivano con il termine sophrosyne, una qualità morale che compendia e sussume al suo interno sia la sapienza, la sophia, sia la saggezza, la phronesis. E, in effetti, l’esercizio costante durante gli anni di insegnamento della Filosofia nella sua prospettiva storica ha condotto l’autore nei pressi della perfezione spirituale teoretica, quella che deriva dalla sophia, ma è da questa consapevolezza, imprescindibile per Aristotele, che muove l’urgenza di fermarsi e Guardare indietro per andare alla ricerca di un Tempo pregnante che esprima il Senso dell’esistere, il Significato dello stare al mondo.

Non è un caso, del resto, prestando la dovuta attenzione alla profondità radicale delle parole, che si scopre che quella temporalità, sulla quale si estende lo sguardo retrospettivo, è la prerogativa del raggiungimento della temperanza, come se l’appianamento della percezione del tempo, che diventa lineare per i latini ormai cristianizzati, fosse la condizione di possibilità per un bilancio esperienziale franco e disinteressato. Scrive, infatti, Aristotele nell’Etica Nicomachea: «La saggezza riguarda anche i particolari, i quali diventano noti in base all’esperienza, mentre il giovane non è esperto: infatti, è la lunghezza del tempo che produce l’esperienza. Perché ci si potrebbe chiedere anche questo: per quale ragione un ragazzo può essere un matematico, ma non un sapiente o un fisico? Non si deve forse rispondere che gli oggetti della matematica derivano dall’astrazione, mentre i principi della sapienza e della fisica si ricavano dall’esperienza?»[1]

E, allora, nella comune radice linguistica, che vuole essere anche semantica in maniera del tutto originale, di temporalità e temperanza si gioca la partita del senso dell’esistenza. Un senso che si dischiude nella temporalità che si configura nella maturità, nella capacità di elevarsi al di sopra e al di fuori di un tratto di esistenza e guardarlo nella sua interezza. È quel Guardare indietro che si configura come la condizione di possibilità per poter cogliere il senso, il significato retrospettivo dell’essere stati gettati, per dirla con Heidegger, in questo mondo senza chiederci il consenso. Ed è proprio quell’esorbitante e irrazionale movimento esistenziale che ci mette al mondo senza chiederci il permesso a prevaricare qualsiasi tentativo di fare ricorso alla logica, alla scienza, alla ratio, per poter trovare la forza di dire sì alla vita anche davanti alla tragicità con la quale la morte mette fine a questo percorso. La possibilità di fermarsi e Guardare indietro, dunque, si configura come uno sguardo fenomenologico che determina l’apertura di senso, quell’istante finito che apre l’infinito e trova la meraviglia del compimento, della ricomposizione dei pezzi che nel turbinio delle occupazioni della vita quotidiana restavano disaggregati all’interno di un vortice privo di senso. Adesso, invece, ci si è fermati, si Guarda indietro e i pezzi prendono corpo, un corpo che è ben riconoscibile, sebbene sia intangibile perché dilatato e diffuso: quel corpo è la Bellezza.

Non è una competenza in dono a tutti gli scrittori e a tutte le scrittrici quella di riuscire a trasmettere i propri stati d’animo ai lettori e alle lettrici: si può condividere con Sant’Agostino quell’inquietudine profonda di chi ancora non riesce a trovare la via giusta per arrivare a sentire Dio che parla; si può rivivere con Jean Paul Sartre quel senso di libertà assoluta alla quale la vita ci condanna e che, in qualità di filosofo, egli si è sempre preso, fino al punto di rifiutare un premio Nobel; oppure si può entrare empaticamente all’interno dell’universo del collettivo Wu Ming e sentire sin dalla peculiare scelta della parole, messe in fila ad una ad una per costruire quegli oggetti letterari non identificati, la vibrante e quasi stanca denuncia per le striscianti forme di oppressione che il potere sempre mette in atto per costruire una storia di soprusi. Questa specifica dote nella scrittura appartiene anche a Fabio, il quale permette al lettore o alla lettrice di stendersi su di lui ed essere trasportati nel suo mondo, dove si possono solo percepire in maniera allusiva pennellate impressionistiche di serenità. Il testo di Fabio assomiglia molto ad un quadro impressionistico un po’ particolare, di eterea Bellezza, ma che, al contempo, ha come oggetto la Bellezza stessa, alla quale egli cerca di educare il lettore e la lettrice per insegnare loro ad apprezzare e riconoscere la Bellezza all’interno di un percorso di formazione, di Paideia estetica e spirituale.

Eppure, sullo sfondo di questo percorso di formazione, di questo singolare Bildungsroman di Fabio, non possono non emergere prepotentemente alcuni cruciali quesiti filosofici di natura preliminare, stimolati dalla lettura del testo. Ad esempio, è lecito chiedersi: ma la Bellezza si può davvero insegnare? È pensabile un percorso per Educare alla Bellezza? E, una volta riconosciuta universalmente o intersoggettivamente, come è possibile tutelare e salvaguardare la Bellezza per lasciare ai posteri la possibilità di fruirne? Ora, se partissimo dal presupposto che a livello internazionale, diremmo propriamente universale, è stato riconosciuto che in Italia vi sia la parte più considerevole del Patrimonio mondiale dell’umanità, con ben 58 siti di interesse culturale e naturale certificati dall’UNESCO, seguita solo dalla Cina, che notoriamente ha però un superficie di circa 32 volte maggiore rispetto a quella dell’Italia, allora dovremmo ritenerci molto fortunati nel vivere così a stretto contatto con la Bellezza diffusa sul nostro territorio. Dovremmo quasi essere abituati a riconoscerla come esperienza della nostra vita quotidiana; dovremmo, a ragion veduta, considerarci addirittura esperti di bellezze artistiche, naturali e culturali, giacché un contatto così ravvicinato e frequente con un patrimonio così notevole dovrebbe elevare gli italiani, quantomeno sotto il profilo estetico, al di sopra delle altre popolazioni nell’apprezzare e riconoscere ovunque sia la Bellezza.

Dalle città di Venezia, Vicenza e Verona, così familiari a Fabio, fino al sito archeologico di Agrigento e alla magnificenza arabo-normanna di Palermo con la sua Cattedrale, così come, spostandosi sull’altra diagonale, dai Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia fino ai Trulli di Alberobello e al federiciano Castel del Monte, tanto caro al sottoscritto, che si considera un erede della tradizione interculturale federiciana, l’Italia è costellata di bellezze naturali e di bellezze artistiche, architettoniche, sacre e profane, riconosciute e tutelate come Patrimonio mondiale dell’Umanità. Si tratta di costruzioni dell’ingegno umano che, nella loro assoluta diversità, attraversano i secoli e lasciano tutte il segno nell’identità italiana, la quale solo in virtù della molteplicità e varietà di tale patrimonio dovrebbe riconoscere proprio nella bellezza il segno della dimensione interculturale delle produzioni umane. La duplice spinta che viene dal riconoscimento internazionale della Bellezza italiana da parte dell’UNESCO, ma anche dal fatto di vivere a stretto contatto con una Bellezza che spesso non viene neanche presa in considerazione, ma che si esprime in maniera altrettanto imponente in una miriade di borghi medievali e rinascimentali, di spiagge sabbiose e impervie spesso incontaminate, di colline lussureggianti dalle produzioni che diventano eccellenze enogastronomiche mondiali, di campagne assolate e spoglie costellate da ulivi millenari che richiedono solo di essere contemplati nel silenzio o nel ronzio incessante delle cicale nell’afa canicolare, tutto ciò dovrebbe spingere gli stessi italiani a tutelare il proprio territorio con specifiche Leggi sulla bellezza, nel solco dell’esempio intrapreso dalla Regione Puglia sin dal 2020.

E, tuttavia, da un punto di vista teoretico s’impone, innanzitutto, la necessità di definire, in via preliminare, cos’è la Bellezza. S’impone la necessità di comprendere se oggi possa esservi un’eccedenza nella considerazione e nel riconoscimento della Bellezza rispetto al passato; di comprendere, inoltre, se oltre alle acclarate e universalmente apprezzate bellezze artistiche e architettoniche, si possa estendere la sensibilità umana nel condurla a tutelare una bellezza selvaggia, una bellezza che deve rimanere tale per preservarla da una cementificazione altrettanto selvaggia, funzionale solo agli interessi economici di spregiudicate multinazionali globalizzanti, assolutamente estranee alle logiche di tutela della bellezza locale. Nasce così l’esigenza di avviare percorsi di consapevolezza, di educazione alla comprensione e alle lettura della Bellezza, ovunque essa sia, ma con l’urgenza di aggiornare e di ampliare il campo semantico di ciò che può essere compreso come Bellezza. Si pone, dunque, la necessità di sottoporre al vaglio storico e all’urgenza geografica la risemantizzazione del concetto di Bellezza, l’incombenza di prendere atto che le forze economiche dagli interessi globali e multinazionali non riconoscono e, di conseguenza, non apprezzano la bellezza di un campo di ulivi secolari, di un campo di grano appena mietuto oppure di girasoli recisi, dal momento che non ap-prezzano tutto ciò che non ha nell’immediatezza un prezzo, dis-prezzando quella dimensione temporale della lentezza che crea Bellezza nel suo incedere stanco, così come incede stanco il contadino con le scarpe appesantite dalla terra umida che gli si attacca sotto i piedi ad ogni passo.

Per la specifica dimensione che il potere deterritorializzato ha assunto nella governance mondiale, ad oggi potrebbe non risultare sufficiente nemmeno il dettato dell’articolo 9 della nostra Costituzione, quando afferma che «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Se la tutela del patrimonio artistico e storico del nostro paese non è mai venuta meno, nemmeno durante il più cupo dei periodi dell’Italia moderna, giacché anche durante il fascismo si è continuato ad esaltare e rivangare a scopo ideologico persino la bellezza archeologica nostrana, la tutela del paesaggio in una dimensione eco-logica ha stentato ad essere sempre riconosciuta nel corso dei decenni. Indubbiamente il dettato costituzionale italiano risente fortemente, nella sua originalità, anche in rapporto alle altre legislazioni europee, del pensiero e del lavoro, in qualità di padre costituente, di un filosofo come Benedetto Croce, che di estetica si intendeva abbastanza, avendo pubblicato diversi testi sul tema[2].

Tuttavia, la preoccupazione maggiore di Benedetto Croce, nel presentare in qualità di Ministro dell’Istruzione Pubblica nel Governo di Giovanni Giolitti la prima proposta di Legge sulla Tutela delle bellezze naturali nella seduta del Senato del 25 settembre 1920, era quella di riservare ai paesaggi naturali che assumono la forma compiuta di opere d’arte un trattamento analogo a quello che riserviamo ai quadri, ai libri, ai monumenti, perché, in fondo, si tratta di veri e propri quadri realizzati dalla Natura. Nel presentare la sua proposta in Senato, infatti, quando un tempo i filosofi erano apprezzati e i discorsi dei parlamentari erano di un certo livello, Croce affermava: «Certo il sentimento, tutto moderno, che si impadronisce di noi allo spettacolo di acque precipitanti nell’abisso, di cime nevose, di foreste secolari, di riviere sonanti, di orizzonti infiniti deriva della stessa sorgente, da cui fluisce la gioia che ci pervade alla contemplazione di un quadro dagli armonici colori, all’audizione di una melodia ispirata, alla lettura di un libro fiorito d’immagini e di pensieri. E se dalla civiltà moderna si sentì il bisogno di difendere, per il bene di tutti, il quadro, la musica, il libro, non si comprende, perché siasi tardato tanto a impedire che siano distrutte o, manomesse le bellezze della natura, che danno all’uomo entusiasmi spirituali così puri e sono in realtà ispiratrici di opere eccelse».[3]

E Benedetto Croce era un meridionale particolarmente sensibile alla Bellezza. Abruzzese di nascita, ma campano d’adozione, proprio da campano non poteva non apprezzare nel suo discorso al Senato ciò che addirittura i dominatori spagnoli avevano inteso: «È noto che i rescritti borbonici del 19 luglio 1841 e 17 gennaio 1842 e 31 maggio 1853 vietavano di alzare fabbriche le quali togliessero amenità o veduta lungo la via di Mergellina, di Posillipo, di Campo di Marte, di Capodimonte; ed il regolamento edilizio della città di Napoli ne fece tesoro aggiungendovi anche il “Corso Vittorio Emanuele” da cui si scopre il golfo meraviglioso».[4] Non fu un lavoro facile nel 1920, come non lo è oggi a distanza di cento anni per motivi non dissimili da quelli di allora, presentare al Senato una Legge per la Tutela delle bellezze naturali, perché il Senato regio era composto da grandi proprietari terrieri e immobiliari, nominati dal re per privilegi di censo – come era accaduto allo stesso Benedetto Croce – per cui molti colleghi temevano ripercussioni negative sulle proprie unità immobiliari e su terreni privati per questioni legate a vincoli paesaggistici, a tutele ambientali che gli avrebbero fatto perdere privilegi acquisiti sulle speculazioni edilizie oppure avviato espropri ai danni dei possidenti, come lasciava presagire un passaggio specifico del discorso di Croce:

Ma la bellezza naturale o del paesaggio può essere alterata o danneggiata anche da lavori e segnatamente da nuove costruzioni che si facciano fuori dal perimetro degli immobili vincolati. Nel disegno di legge si è dovuto, quindi, inserire una disposizione speciale la quale valga ad impedire che il godimento delle bellezze naturali e panoramiche sia comunque impedito, che la vista ne sia ostacolata, che la prospettiva ne venga alterata, che nuove opere possano elevare come un sipario dinanzi alla bella scena paesistica o portare in essa una nota stonata e sgradevole. Probabilmente, però, cento anni fa la forza persuasiva dei filosofi in Parlamento era tale da godere di molto credito tra i deputati e i senatori e così forte da riuscire a vincere le resistenze dei poteri forti, per cui alla fine la Legge n. 778 dell’11 giugno 1922, recante Provvedimenti  per  la  tutela  delle  bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico, venne approvata e poi pubblicata nella «Gazzetta Ufficiale» n. 148 del 24 giugno 1922. Non ha avuto lo stesso destino, invece, nel senso che non è riuscita a vincere le resistenze di una parte del Consiglio regionale, la proposta che l’Assessorato alla Rigenerazione Urbana e al Territorio della Regione Puglia ha presentato nel 2019 al fine di inserire nel Regolamento generale della Regione la Legge sulla Bellezza del territorio pugliese con lo scopo di conservare, tutelare e valorizzare le bellezze regionali, anche e soprattutto per restituire alla persona una felicità e una dimensione comunitaria legata alla fruizione libera, condivisa ed eco-logica del proprio territorio.

Eppure, noi riteniamo che dello stesso tenore filosofico, antropologico ed estetico del discorso di Benedetto Croce sia il Manifesto, intitolato significativamente La Bellezza conviene, che accompagna la suddetta Legge sulla Bellezza del territorio pugliese, giacché esso riconosce con un linguaggio evocativo e poetico la bellezza naturale e artistica del Mosaico pugliese, in una regione «Adagiata fra due mari fino all’estrema punta dove il Faro di Palascia richiama a tutto l’Occidente il sorgere e il tramonto, rude e dolce nel dipanarsi dell’acqua carsica che disegna la pietra in un intarsio di lame e gravine, di grotte e di doline, la Puglia è regione agricola e popolare di masserie, di ulivi e di un’architettura fatta dal vento, ma insieme è regione colta, confine di romanico e barocco, di arte classica e antica che fa viaggiare subito la mente verso l’Oriente e la Grecia».[5] Si trattava di una proposta audace, che andava a risemantizzare in maniera filosofica e innovativa tanto la bellezza quanto i “detrattori di bellezza”, vale a dire quegli interessi acquisiti che reclamano condoni, proroghe per le delibere di piani-casa, patti di comunità per l’ingresso massiccio di cordate di privati, i cosiddetti stakeholders, per costruire outlet e Città della moda tutte uguali, in Puglia come in Veneto, come in Lombardia, come in Toscana, tutti luoghi, come cita il Manifesto per la Legge sulla Bellezza, «senza identità, senza relazioni e senza senso, posti uniformi»[6] che rasentano quelli che Marc Augé definiva “non luoghi”.

Non solo, con l’espressione detrattori di bellezza si cercava anche di dare un contenuto semantico, oltremodo edulcorato per la verità, a quelle misure architettoniche atte a dissuadere alcuni comportamenti ritenuti moralmente inadeguati, colpevolizzati, come il bivacco, lo sdraiarsi sulla panchina pubblica: la chiamano architettura ostile, espressione pessima per mettere in risalto quella che è una funzione antisociale dell’architettura, che richiederebbe, in realtà, un supplemento di riflessione antropologica e di approfondimento filosofico e umanitario, giacché non è impedendo ai più fragili, tra cui anziani, senzatetto e bambini, di godere in una dimensione condivisa e pubblica di serenità meditativa che si risolvono i problemi sociali del nostro paese. La proposta di Legge pugliese si è arenata, così come si arenano oggi tutti i tentativi di far sì che la politica istituzionale, per mezzo delle Politics, riconosca la Bellezza come valore, affinché la bellezza «declinata con la solidarietà, possa trasformare questi “scarti urbani” in modelli di inclusione e di ospitalità ecologica, cooperativa, interculturale, contemplativa»[7].

Abbiamo come civiltà abdicato davanti alla Bellezza estetica e alla Contemplazione estatica, che, se vogliamo, è l’altro fuoco della riflessione del testo di Fabio, per lasciarci abbacinare dalla velocità, dal bagliore artificiale delle luci al neon delle metropoli americane, che sono identiche a quelle asiatiche di Singapore, che sono identiche a quelle arabe di Dubai, che sono identiche a quelle africane di Johannesburg, su cui lo stesso Benedetto Croce esprimeva profeticamente un aperto dissenso cento anni fa, senza minimamente immaginare gli effetti dell’omologazione globalizzante: «Da più tempo (prima della guerra)e da più parti si son levate voci di protesta sui giornali e alla Camera dei deputati contro il brutto andazzo di offendere ogni angolo sacro all’arte e alla storia con una lebbra di quadri mastodontici e cartelloni di tutti i colori, e pitture murali e scritte luminose, diffondenti spesso una nota di volgarità, talvolta anche di disgusto, col ricordo di malattie e d’imperfezioni umane».[8] Abbiamo permesso all’esempio peggiore dell’economia liberista americana, così come all’esempio peggiore della gastronomia Fast-food americana, di imporsi con i suoi modelli e di prevaricare una tradizione che, al di là di nostalgiche velleità che strizzano l’occhio alla retorica della conservazione e dell’autenticità, andava salvaguardata perché era in armonia con la natura, permetteva alla mano dell’uomo di lavorare la natura con l’obiettivo di preservarne la Bellezza.

Andrebbe, in verità, per la sua assoluta pertinenza con il discorso che andiamo conducendo richiamato per intero il passo di Theodor W. Adorno contenuto in Minima moralia del 1951, citato dal suddetto Manifesto, in cui il filosofo fa i conti con la differenza sostanziale tra il paesaggio americano e il paesaggio contadino europeo: «Il difetto del paesaggio americano non è tanto, come vorrebbe l’illusione romantica, l’assenza di ricordi storici, quanto il fatto che la mano non vi ha lasciato alcuna traccia. Ciò non riguarda soltanto l’assenza di campi, i boschi incolti, e spesso passi e cespugliosi, ma soprattutto le strade. Queste si proiettano dovunque senza mediazione nel paesaggio, e quanto più sono ampie e lisce, e tanto più violento e irrelato spicca il loro nastro scintillante sull’ambiente troppo selvaggio.  Esse non hanno espressione. Come ignorano le orme dei passi e delle ruote, i dolci tratturi lungo i margini come passaggio alla vegetazione, i sentieri che scendono ai lati nella valle, mancano di quel non so che di mite, morbido, smussato, delle cose su cui hanno agito le mani o i loro strumenti immediati. È come se nessuno avesse ravviato i capelli alla campagna. Essa è sconsolata e sconsolante. A ciò corrisponde il modo della sua perfezione. Ciò che l’occhio frettoloso ha visto dall’automobile, non può essere conservato, e, come ogni traccia in esso sparisce, così esso sparisce senza traccia».[9]

Il nodo cruciale del passo di Adorno sta nel fatto che la trasformazione di un paesaggio naturale in paesaggio culturale comporta un passaggio antropologico, necessita che l’essere umano, gli uomini e le donne, che generalmente danno senso e significato a tutto ciò che si colloca nel loro universo simbolico con le loro mani e con le loro interpretazioni, diano senso e significato anche ad un brullo campo di grano subito dopo la mietitura, ad un vigneto spoglio e potato nel mese di dicembre, ad una spiaggia sabbiosa piena di tronchi di alberi e arbusti divelti da chissà dove in pieno inverno. Riconoscere un paesaggio culturale significa dare un senso storico, una dimensione temporale alla bellezza che è stata e che tornerà ad essere tra i cicli della natura, significa riconoscere la nobile arte della trasformazione del grano in pasta e pane, significa apprezzare l’antichissima arte della trasformazione e della cura della vite che dona quel nettare che è il vino. Ma soprattutto, il passaggio di un paesaggio da “naturale” a “culturale” comporta il riconoscimento e la valorizzazione della Bellezza legata ad un luogo che gli esseri umani hanno utilizzato per scopi comunque nobili, siano essi legati alla produzione di beni materiali oppure alla contemplazione di beni immateriali.

Scalare una montagna in estate, arrivare in cima e osservare il panorama dall’alto, al pari di raggiungere un fiordo in pieno inverno, nascondersi tra le insenature e aspettare l’infrangersi delle onde non sarebbero le medesime esperienze se l’essere umano non le riempisse di senso, di un significato immateriale, quale può essere l’esperienza della pace interiore, della ricerca della solitudine, dell’inquietudine, della malinconia, sensazioni che gli uomini e le donne ricercano perché in tali beni immateriali, in tali significati culturali si ritrova il senso della Bellezza della natura. E, allora, spetta all’uomo e alla donna, in qualità di cittadini e di cittadine che vivono la quotidianità immersi nella natura, preservare come patrimonio culturale il paesaggio naturale che, associato al riconoscimento della Bellezza, si trasforma in paesaggio culturale con l’obiettivo finale di «veicolare una idea di bellezza non come miraggio narcisistico, ma come atto in cui la persona umana sconfina da se stessa per trovare equilibrio, amicizia, comunanza ontologica di tutti gli esseri viventi»[10].

Chiamando in causa una passione che accomuna Fabio e me, varrebbe la pena di ricordare che gli enologi francesi possiedono un termine unico ed estremamente evocativo per indicare la complessa combinazione di fattori naturali, fisici, chimici e, al tempo stesso, anche antropici e storici: si tratta del concetto di Terroir. Generalmente riferito ad un vino che si eleva al di sopra degli altri per le sue peculiari qualità olfattive, gustative e sensoriali, cioè per la sua bellezza enologica, il Terroir esprime in un solo termine la specifica posizione geografica di un distinto vitigno, la composizione minerale di un determinato suolo, il peculiare clima e le precauzioni prese dal viticultore per piegarlo a proprio favore, la caratteristica modalità di raccolta in vigna che il produttore decide di utilizzare, la ponderata scelta di tecniche di vinificazione e di materiale per l’affinamento in cantina. Il Terroir esprime in un solo concetto l’identità di un vino, vale a dire l’identità in un vino di paesaggio naturale e tradizione culturale, intesa, in questo caso, proprio nella sua duplice accezione semantica di cultura e di coltura. È così che il Terroir, soprattutto in Italia, viene riconosciuto come Bellezza. È così che le Langhe piemontesi del Barolo, della Barbera e del Barbaresco, la Val d’Orcia del Brunello di Montalcino e le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene vengono valorizzate da tutta l’umanità come Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Dovremmo a questo punto far tesoro del concetto ampelografico e pedologico di Terroir, ibridarlo con altri campi semantici, con altre discipline, e utilizzarlo per riconoscere la bellezza in ogni forma di paesaggio naturale al quale l’essere umano ha antropologicamente associato un significato, un senso riconducibile ad uno specifico bene materiale o immateriale. Diventano così culturali tutti i paesaggi che hanno qualcosa da raccontare, ai quali l’essere umano associa una narrazione che affonda le radici nella storia e diventa arte, diventa cultura, diventa essa stessa bellezza intersoggettiva da tutelare, diventa, cioè, Bellezza Civile. Eppure, a ben vedere, sembra che i sintomi del fallimento, dell’inconcludenza di una Legge sulla bellezza siano riposti nella legge stessa, nella forma della Legge, giacché essa fa ricorso, per essere fattuale, come abbiamo anticipato, alle Politics, alle istituzioni, cioè pretende che un mutamento culturale, antropologico sia in primo luogo riconosciuto dal Potere costituito, cioè quello oligarchico, aristocratico, sicuramente eletto democraticamente, ma rappresentativo di una fetta di popolazione che esprime determinati interessi che non sono nemmeno lontanamente culturali, bensì palesemente economici. Sembra che sia quasi eccessivamente pretenzioso ritenere che la Bellezza possa essere imposta dall’alto e riconosciuta come utile da tutta la popolazione. Il fallimento della Legge sulla bellezza sembra suggerire che la via da percorrere per poter riconoscere e apprezzare la Bellezza sia un’altra: non quella delle politiche istituzionali che calano dall’alto, le Politics, ma quella che s’insinua dal basso, quella che si annida nei discorsi costruiti con pazienza, quella che prende spunto dalla meditazione e con lentezza, con quel silenzio tipico della contemplazione religiosa e filosofica si fa strada e giunge a costruire nuove narrazioni plausibili, che conducono poi a modificare i comportamenti degli uomini e delle donne. È la via delle Policies, che deve essere intrapresa per avviare un discorso nuovo che porti all’educazione e alla comprensione della portata filosofica, antropologica, religiosa dell’esperienza della Bellezza.

E, da questo punto di vista, il testo di Fabio ha l’ardire di presentarsi come un testo entusiasticamente (nel senso etimologico del termine) didattico, di una portata pedagogica ispiratrice senza precedenti, giacché insegnare è un’attività peculiarmente divina. Questo volume, che ho il piacere di presentare, rappresenta pienamente lo spirito della collana Paideia nella quale è inserito: è certamente un’opera educativa perché ambisce ad essere una pratica didattica all’interno di un percorso interculturale che spazia dalla cultura filosofica al pensiero poetante, dalla letteratura alla tradizione religiosa, dalla fisiologia alla sociologia, dalla patristica plotiniana alla mistica silesiana, il tutto in un confronto dialettico tra Passato e Presente, tra Occidente e Oriente, proprio per testimoniare che la Bellezza, così come la Morte, la Contemplazione, l’Esperienza religiosa, detto in un solo termine, tutta la Filosofia, nelle sue inestimabili sfaccettature e nelle sue molteplici declinazioni, è un’esperienza assolutamente universale alla quale spetta un primato di carattere gnoseologico e linguistico, come affermava ancora Benedetto Croce nelle Avvertenze alla sua Estetica: «La Filosofia è unità; e, quando si tratta di Estetica o di Logica o di Etica, si tratta sempre di tutta la filosofia, pur lumeggiando per convenienza didascalica un singolo lato di quell’unità inscindibile. Correlativamente, per effetto di questa intima connessione di tutte le parti della filosofia, l’incertezza e l’equivoco che regnano intorno all’attività estetica, alla fantasia rappresentatrice e produttrice, a questa primogenita tra le attività spirituali e domestico sostegno delle altre, ingenera equivoci, incertezze ed errori in tutto il restante».[11]

E, allora, nel solco di questa suggestione filosofica crociana, che interseca pienamente la riflessione intimistica di Fabio, nell’accogliere il suo invito a con-dividere e prendere in considerazione il tema della Bellezza, nella sua connessione con la Vita e con la Morte, inevitabilmente si viene ricondotti a scrutare la dimensione del Tempo, a guardare al Tempo che si consuma, che fluisce inarrestabile, e alla fine ci si rende conto che resta sempre meno Tempo, per cui si presenta inesorabilmente la stagione dei Bilanci. Abbiamo trovato estremamente formativa la lettura dell’opera di Fabio, ci ha moralmente educati e ci ha invitati a guardare dentro e fuori di noi e, seguendo le sue orme, ci ha stimolati a fare un personale Bilancio, alla ricerca della Policromia del Bello, così come egli afferma nel suo testo, un’espressione che, oltre ad essere letteralmente bella, è anche semanticamente evocativa. La Policromia e la Polisemia del Bello ci hanno rimandato direttamente ad un altro caro autore, il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, il quale nelle Lettere dal carcere, proprio in un testo intitolato Dieci anni dopo. Un bilancio sul limitare del 1943, scriveva, con un afflato religioso e una sensibilità esistenziale che ritroviamo anche in Fabio: «Essendo il tempo il bene più prezioso che ci sia dato, perché il meno recuperabile, l’idea del tempo eventualmente perduto provoca in noi una costante inquietudine. Perduto sarebbe il tempo in cui non avessimo vissuto da uomini, non avessimo fatto delle esperienze, non avessimo imparato, operato, goduto, sofferto. Tempo perduto è il tempo non pieno (unausgefüllt), il tempo vuoto. Tali certamente non sono stati gli anni trascorsi. Noi abbiamo perso molto, abbiamo perso cose inestimabili; il tempo però non è andato perduto».[12]

E sarà proprio Bonhoeffer che nelle Lettere dal carcere userà un’espressione che a Fabio farà molto piacere, perché è esattamente nelle sue corde, cioè quella di Polifonia della Vita, per significare un dimensione plurale dell’esistenza che si apre alla contemplazione della Bellezza del creato, riconoscendo Dio in tutto ciò che è creato, in tutto ciò che è conoscibile, non in ciò che non è conoscibile. Ed è, tuttavia, una dimensione che si apre anche alla Responsabilità etica di fronte a tale creato. Solo in questa rinnovata comprensione dell’esperienza religiosa «la vita non viene ridotta ad una sola dimensione, ma resta pluridimensionale-polifonica. Quale liberazione è poter pensare e conservare nel pensiero la pluridimensionalità!»[13].

ML (25/02/2022) Prefazione a Fabio PesericoFilosofia della bellezza e bellezza della filosofia, Aracne, Roma 2022.

[1] Aristotele, Etica Nicomachea, 1142a.
[2] Cfr. B. Croce, Breviario di estetica e Aesthetica in nuce, Adelphi, Milano 1990; Id., Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale. Teoria e storia, Adelphi, Milano 1990.
[3] B. Croce, Discorso al Senato per il DDL Tutela delle Bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse, 25 settembre 1920, disponibile all’indirizzo: https://www.eddyburg.it–/2007/04/benedetto-croce-senato-tutela-delle-bellezze-naturali.html.
[4] Ibidem.
[5] La Bellezza conviene, Manifesto per la Legge regionale sulla bellezza, disponibile al sito: https://www.regione.puglia.it/web/territorio-paesaggio-e-mobilita/legge-sulla-bellezza.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] B. Croce, Discorso al Senato per il DDL Tutela delle Bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse, cit.
[9] T. W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 2006, p. 39.
[10] La Bellezza conviene, Manifesto per la Legge regionale sulla bellezza, cit.
[11] B. Croce, Estetica, RCS, Milano 2001, pp. IX-X.
[12] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1988, p. 59.
[13] Ivi, p. 382.


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