Attraverso di me le molte voci a lungo mute,
Voci delle infinite generazioni di prigionieri e di schiavi,
Voci degli ammalati e disperati e dei ladri e dei nani,
Voci dei cicli di preparazione e aggregamento,
E dei fili che uniscono le stelle, e degli uteri e della
sostanza paterna,
E dei diritti di quelli che gli altri sottomettono,
Dei deformi, dei futili, degli insulsi, dei disprezzati,
degli sciocchi,
Nebbia nell’aria, stercorari che rotolano la loro pallina.
Walt Whitman, Foglie d’erba
I passi che abbiamo selezionato come prima lezione di Storia cominciano da Eugenio Montale. Qui avevamo interrotto la nostra critica nei confronti delle Nuove Indicazioni Nazionali in relazione all’insegnamento della Storia.
Seguendo l’imperativo trasmessoci da Marc Bloch, ce ne guardiamo bene dal togliere alla storia il suo soffio di poesia e, al tempo stesso, ci rifiutiamo categoricamente, come scelta partigiana, consapevole e responsabile, di assecondare la follia storiografica di insegnare una narrazione eurocentrica e occidentalocentrica. Abbiamo letto abbastanza di storia, abbiamo studiato abbastanza le conseguenze di una certa narrazione storica in voga poco più di cento anni fa, in pieno delirio coloniale e nazionalistico, per non essere consapevoli che vi è un uso politico della storia che i governi e i think tank in linea con il Gotha del profitto mondiale adottano per plasmare e addomesticare le coscienze dei/delle più giovani. E, così, abbiamo deciso di iniziare il corso di storia di questo anno scolastico con alcune note sul significato della storia, sulla sua pretesa utilità o positività e su un pericolo incombente: vivere un tempo senza storia e senza storie.
ML e AP (09/09/2026) per Agorasofia
Eugenio Montale, La storia
I. la storia non si snoda...
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
II. la storia non è poi...
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Eugenio Montale, La storia, Satura, in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 2000, pp. 323-324.
Marc Bloch, Apologia della storia
Il gusto di fare Storia
“Papà, spiegami a che serve la storia”. Così, pochi anni or sono, un ragazzo che mi è molto vicino, interrogava suo padre, uno storico. […] Il problema che [la domanda] pone è, né più né meno, quello della legittimità della storia. Ecco dunque lo storico invitato alla resa dei conti. Egli non vi si accingerà senza un certo tremito interiore: quale artigiano, incanutito nel mestiere, ha potuto domandarsi, senza una stretta al cuore, se abbia fatto della propria vita un uso saggio? […]
Ci troviamo nella fase dell’esame di coscienza. Ogni volta che le nostre società, in continua crisi di crescenza, prendono a dubitare di sé stesse, esse si domandano se abbiano avuto ragione di interrogare il passato, oppure se l’abbiano interrogato bene. […] Tuttavia occorre stabilire il significato del termine “servire”.
Certamente, anche se la storia dovesse esser giudicata incapace di servire ad altro, resterebbe pur sempre a suo favore il fatto che procura uno svago.
D’altro canto, quest’innegabile attrattiva della storia merita già la nostra riflessione. Come germe e come stimolo, anzitutto, la sua funzione fu e rimane essenziale. Prima del desiderio di conoscere, il semplice trovarci gusto; prima dell’attività scientifica pienamente cosciente dei propri fini, l’istinto che vi conduce; filiazioni del genere abbondano nell’evoluzione del nostro comportamento intellettuale. Persino i primi passi della fisica debbono non poco ai vecchi «musei di curiosità». Così pure, abbiamo tutti notato che i piccoli piaceri delle anticaglie costituiscono l’origine di orientamenti d studi, divenuti poi, a poco a poco, sempre più seri […]. Guardiamoci dal togliere alla nostra scienza il suo soffio di poesia […].
Se tuttavia la storia […] non fosse che un piacevole passatempo, come il bridge o la pesca con la lenza, meriterebbe davvero la fatica che spendiamo per scriverla? […] Oggi gli svaghi – ha scritto André Gide – non ci sono più permessi; neppure – aggiungeva – quelli dell’intelligenza. Egli diceva questo nel 1938. Quanto più piena di significato risuona tale affermazione, oggi, nel 1942! […]
Ecco presentarsi qui un nuovo problema: che cosa, esattamente, rende legittimo uno sforzo intellettuale?
Utilità e legittimità della storia
Nessuno, credo, oggi oserebbe più dire, con i positivisti di rigida osservanza, che il valore di un’indagine è determinato interamente dalla sua capacità di servire all’azione. […] Anche se dovesse restare eternamente indifferente all’homo faber o politicus, alla storia basterebbe, per la sua propria difesa, di essere riconosciuta come necessaria al pieno sviluppo dell’homo sapiens. Però, anche così limitato, il problema non è ancora, per ciò stesso, bell’e risolto.
Il nostro intelletto, tende, per sua natura, assai più a voler comprendere che a voler sapere. Ne consegue ch’esso giudica autentiche soltanto quelle scienze che giungono a stabilire nessi esplicativi tra i fenomeni. […]
La storia, dunque, anche indipendentemente da qualsiasi eventuale applicazione alla condotta pratica, avrà il diritto di rivendicare il suo posto fra le forme di conoscenza veramente degne di sforzo, soltanto se ci prometterà una classificazione razionale e una progressiva intelligibilità, anziché una semplice enumerazione senza nessi e quasi senza limiti.
Pure, non si può negare che una scienza la quale prima o poi non ci aiuti a vivere meglio ci sembrerà sempre incompleta. […]
Il problema dell’“utilità” della storia, nel ristretto significato pragmatico del termine “utile”, non va confuso con quello della sua legittimità, più propriamente intellettuale. D’altra parte, non può presentarsi che in un secondo tempo: per agire ragionevolmente, non occorre prima comprendere?
Marc Bloch, Apologia della storia, o mestiere di storico, Einaudi, Torino 1969, Introduzione.
Carlo Greppi, La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore
Una lotta tra bene e male
«Che cos’è per te la storia?» mi ha chiesto una volta uno studente di diciassette anni, durante un incontro. Ci ho pensato qualche secondo e poi ho risposto.
«L’eterna lotta tra il bene e il male, forse.» […]
La storia non è una cosa positiva di per sé perché la storia come mera esposizione di fatti che in quanto tali dovrebbero tornarci utili nel presente, sostanzialmente, non esiste. […] La storia è quello che vediamo se guardiamo indietro, è vero anche questo – e quello che vediamo dipende innanzitutto da quello che è emerso. Ma quando lo facciamo è per capire se dal passato a noi vicino o lontano possiamo trarre degli insegnamenti, se grazie a quel passato possiamo diventare persone migliori, presenti a se stesse e al mondo. Dipende tutto da come vogliamo farlo:
è questo “come” a rendere la storia un qualcosa su cui vale la pena spendere il nostro tempo, le nostre energie.
Oppure no.
La storia è positiva solo se, anche per vie tortuose, arriva a farci capire come siamo fatti, cosa possiamo essere e cosa rischiamo di diventare. Questa è la prima cosa che vorrei dire: la storia è l’eterna lotta tra il bene e il male, forse – fuori e dentro di noi.
Ci sono dieci partigiani sulla neve…
Un libro di storia, un manuale, una lezione, un film, un pro gramma tv, un fumetto, un videogioco o un’immagine pubblicata online sono sempre e soltanto dei punti di vista, riflettono sempre e soltanto un punto di vista su fatti documentati del Passato, e questo deve essere chiarissimo a chi legge o ascolta.
Un grande storico italiano, Carlo Ginzburg, racconta di essere stato influenzato in maniera incancellabile dallo scrittore russo Tolstoj, che diceva che «un fenomeno storico può diventare comprensibile soltanto attraverso la ricostruzione dell’attività di tutte le persone che vi hanno preso parte».
Perché per esempio la stessa scena – “ci sono dieci partigiani sulla neve” – la si potrebbe guardare dal punto di vista della pattuglia nazista che si inerpica sulla montagna, di un soldato tedesco che vuole disertare e invece muore nell’agguato, della popolazione civile del villaggio che teme ritorsioni, degli agenti alleati che si stanno paracadutando per dar manforte alla Resistenza – della neve, persino.
Quando ascoltiamo una storia, c’è sempre qualcuno che ce la racconta. Qualcuno – di solito l’autore – ha scelto su che scene soffermarsi, quale sguardo adottare, che tono utilizzare, quanti dettagli inserire, cosa tenere dentro e cosa lasciar fuori, come montare il materiale con cui ha ricostruito quel tratto del nostro passato. E anche se può non esserne consapevole, c’è sempre qualcosa che vuole comunicare: ha scelto cosa ricordare, come farlo e – fatto ancora più decisivo – perché farlo. Ed è questa la quinta e ultima cosa che vorrei dire:
non esiste oggettività, non esiste equidistanza, nella storia. Esiste solo onestà intellettuale, che ha una solida matrice: quello che muove ogni persona che si guarda indietro è il voler andare avanti. Attraverso la storia noi gridiamo a gran voce chi siamo, e cosa vogliamo diventare.
Quando quello studente mi chiese cosa fosse per me la storia risposi d’istinto, ma intorno a quella domanda, così profonda nella sua semplicità, ho riflettuto per anni – e continuerò a farlo.
Carlo Greppi, La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore, Utet, Milano 2022, pp. 9,10, 20,21.
Patrick Süskind, Il profumo… della storia
…Al tempo di cui parliamo, nella città regnava un puzzo a stento immaginabile per noi moderni. Le strade puzzavano di letame, i cortili interni di orina, le trombe delle scale di legno marcio e di sterco di ratti, le cucine di cavolo andato a male e di grasso di montone, le stanze non aerate puzzavano di polvere stantia, le camere da letto di lenzuola bisunte, dell’umido dei piumini e dell’odore pungente e dolciastro di vasi da notte. Dai camini veniva puzzo di zolfo, dalle concerie veniva il puzzo di solventi, dai macelli puzzo di sangue rappreso. La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati, dalle bocche veniva un puzzo di denti guasti, dagli stomaci un puzzo di cipolla e dai corpi, quando non erano più tanto giovani, veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze, puzzavano le chiese, c’era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l’apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d’estate sia d’inverno.
E naturalmente il puzzo più grande era a Parigi, perché Parigi era la più grande città della Francia. E all’interno di Parigi c’era poi un luogo dove il puzzo regnava più che mai infernale, tra Rue aux Fers e Rue de la Ferronnerie, e cioè il Cimetière des Jnnocents. Per ottocento anni si erano portati qui i morti dell’ospedale Hôtel-Dieu e delle parrocchie circostanti; per ottocento anni, giorno dopo giorno dozzine di cadaveri erano stati portati qui coi carri e rovesciati in lunghe fosse; per ottocento anni in cripte e ossari si erano accumulati, strato su strato, ossa e ossicini. E solo più tardi, alla vigilia del1a Rivoluzione Francese, quando alcune fosse di cadaveri smottarono pericolosamente e il puzzo del cimitero straripante indusse i vicini non più a semplici proteste, bensì a vere e proprie insurrezioni, il cimitero fu definitivamente chiuso e abbandonato, e milioni di ossa e di teschi furono gettati a palate nelle catacombe di Montmartre, e al suo posto sorse una piazza con un mercato alimentare.
Qui dunque, nel luogo più puzzolente…
Patrick Süskind, Il profumo, TEA, Milano 2021.
K. Marx e F. Engels, storia di lotte di classi
La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.
Nelle prime epoche della storia troviamo quasi dappertutto una completa divisione della società in varie caste, una multiforme gradazione delle posizioni sociali.
Nell’antica Roma abbiamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi; nel medioevo signori feudali, vassalli, maestri d’arte, garzoni, servi della gleba, e per di più in quasi ciascuna di queste classi altre speciali gradazioni.
La moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha eliminato i contrasti fra le classi. Essa ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche.
L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra le classi.
La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato.
Dai servi della gleba del medioevo uscirono i borghigiani delle prime città; da questi borghigiani ebbero sviluppo i primi elementi della borghesia.
La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono un nuovo terreno alla nascente borghesia. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, lo scambio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in generale, diedero un impulso prima d’allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all’industria, e in pari tempo favorirono il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale che s’andava sfasciando.
L’organizzazione feudale o corporativa dell’industria da quel momento non bastò più ai bisogni, che andavano crescendo col crescere dei nuovi mercati. Subentrò la manifattura. I maestri di bottega vennero soppiantati dal medio ceto industriale; la divisione del lavoro tra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nelle singole officine stesse.
Ma i mercati continuavano a crescere, e continuavano a crescere i bisogni. Anche la manifattura non bastava più. Ed ecco il vapore e le macchine rivoluzionare la produzione industriale. Alla manifattura subentrò la grande industria moderna; al medio ceto industriale succedettero gli industriali milionari, i capi di intieri eserciti industriali, i moderni borghesi.
La grande industria ha creato quel mercato mondiale che la scoperta dell’America aveva preparato. Il mercato mondiale ha dato un immenso sviluppo al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni via terra. Quello sviluppo, alla sua volta, ha reagito sull’espansione dell’industria; e in quella stessa misura in cui si sono andate estendendo l’industria, il commercio, la navigazione, le ferrovie, anche la borghesia si è sviluppata, ha aumentato i suoi capitali e sospinto nel retroscena tutte le classi, che erano una eredità del medioevo.
Vediamo dunque come la stessa borghesia moderna sia il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di sconvolgimenti nei modi della produzione e del traffico.
Ognuno di questi stadi nello sviluppo della borghesia fu accompagnato da un corrispondente progresso politico. Ceto oppresso sotto il dominio dei signori feudali, associazioni armate e autonome nel Comune, qui repubblica municipale indipendente, là terzo stato tributario della monarchia, poi, al tempo della manifattura, contrappeso alla nobiltà nella monarchia a poteri limitati o in quella assoluta, principale fondamento, in generale, delle grandi monarchie, col costituirsi della grande industria e del mercato mondiale,
la borghesia si è impadronita finalmente della potestà politica esclusiva nel moderno Stato rappresentativo. Il potere politico dello Stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese.
Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, Editori riuniti, Roma 1996, p. 5-7.
Adriano Prosperi, Un tempo senza storia
La distruzione del passato
Chi profetizzava la fine della storia è stato presto disingannato. Quello che invece si è fatto sempre più evidente è un processo che potremmo definire di distruzione del passato. La definizione non ci appartiene. È stato Eric Hobsbawm nel suo celebre Secolo breve a individuare questo fenomeno con parole degne di attenta lettura:
La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono.
Da quando sono state scritte queste parole il fenomeno si è fatto sempre più evidente, tanto da suscitare diversi allarmi dando vita a diagnosi di vario genere. Oggi si va dicendo che una nuova malattia sociale incomberebbe su di noi: quella della memoria. (p. 5) […]
Storia, non memoria
Lotte e speranze, generazioni passate: cioè storia. Che non è memoria, termine che da tempo sostituisce insidiosamente quello di storia, magari con l’aggiunta di aggettivi come storia «collettiva» o con più ardite semplificazioni cariche di veleni ideologici, come «identità». Cosa debba intendersi per memoria collettiva è domanda che ha trovato molte risposte da quando – quasi un secolo fa – il grande pensatore ebreo francese Maurice Halbwachs (morto a Buchenwald nel 1945) propose la sua geniale tesi sull’argomento.
A suo avviso, le due realtà non si confondevano né si sovrapponevano: piuttosto, si succedevano e si opponevano.
La storia comincia quando finisce la tradizione vivente, quando si estingue il gruppo sociale che quella memoria aveva conservato e trasmesso. […]
Oblio e ricordo: il tempo della storia
Sull’esperienza del tempo presente, dominata dal contrasto fra il deposito da conservare e la ridotta capacità di ricordare, è stata la sua compagna di vita e di lavoro, l’antropologa Aleida Assmann, che ha proposto di recente una sua tesi sul tema dell’oblio: secondo lei la memoria culturale è la somma di quanto si ricorda e di quanto si dimentica. Funziona come un collo di bottiglia: vi passa attraverso solo una parte del deposito di esperienze e di ricordi. Ma come si rende possibile la selezione e la conservazione della memoria culturale di una società? Secondo la sua analisi, quello che la garantisce e governa è «il tetto protettivo delle istituzioni socialmente deputate alla conservazione del patrimonio, come gli archivi, le biblioteche e i musei». […]
Possiamo contare oggi sull’educato e ben regolato funzionamento a regime delle istituzioni culturali per selezionare ciò che vale la pena ricordare? O non sarà piuttosto la violenza del mutamento sociale periodico a spazzare via ogni volta le tracce del passato? […]
C’è una soglia fondamentale che divide il mondo moderno dall’età preindustriale. Come ha ricordato Paul Connerton rifacendosi a Karl Marx,
«Il mondo moderno è il prodotto di un gigantesco processo di lavoro e la prima cosa che viene dimenticata è proprio questo processo».
Questo perché il modo di produzione capitalista ha reificato il tempo del lavoro incorporato nel prodotto trasformandolo nel “feticcio” della merce. E il processo di cancellazione della memoria del lavoro e dei luoghi e delle storie di chi vi è impiegato è diventato travolgente con l’avvento della finanziarizzazione dell’economia capitalistica e col trionfo del neoliberismo. È in questo contesto che la malattia dell’oblio è diventata sempre più diffusa […]. (pp. 7-11)
Folle di dimenticati e vinti
Nel nostro tempo ci sono state folle di dimenticati e di vinti, che si sono affacciate nelle ricerche storiche – le donne, le classi subalterne, gli eretici, le culture cancellate dal colonialismo, le società extraeuropee.
Sembra di assistere finalmente alla realizzazione del sogno del grande storico francese Jules Michelet:
una lunga fila di ombre, l’umanità privata in vita del diritto alla parola, che si affolla al tribunale dello storico a chiedere giustizia.
Si può vedere qui la positività della conoscenza storica quando amplia la sua sfera e allarga il cono della sua luce. È questa la tesi che fu sostenuta da Benedetto Croce: esaminando criticamente il passato e gli errori compiuti, la storiografia in quanto fonte di vera conoscenza ci libera dalla storia e ci avvia all’azione. (p. 58)
Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021.
