Lettera aperta di un giovane insegnante precario ai genitori degli alunni italiani

Cari genitori,
considerate per un attimo che l’autore di questo articolo non sia particolarmente incline alla problematica dell’inclusione dei ragazzi e delle ragazze con disabilità, nonostante la sua formazione sui grandi temi dell’etica e dell’antropologia e che, del resto, non sia particolarmente attento alla questione dell’integrazione degli alunni e delle alunne straniere, sebbene egli stesso si trovi a vivere la condizione di emigrato dal proprio Paese; considerate tutto ciò, cari genitori, e provate a seguirmi in un ragionamento per comprendere quale schizofrenia e quale enorme menzogna deve orchestrare un insegnante precario curriculare o di sostegno per favorire inclusione, integrazione e rispetto per le istituzioni.

Partiamo da alcuni dati per rendere più chiara la questione: in Italia esistono ad oggi circa 137.000 insegnanti precari, circa il 20% del corpo docente, molti dei quali perlopiù trentenni, ma con una discreta percentuale di quarantenni, soprattutto nelle scuole superiori, dove il meccanismo di scorrimento delle graduatorie, e quindi l’ingresso in ruolo, è molto più lento rispetto alle scuole medie. Si tratta, ad ogni modo, della fascia più giovane della classe docente, quella con la quale, in linea generale, gli alunni e le alunne delle scuole superiori e medie entrano maggiormente in sintonia in virtù della condivisione dello stesso universo simbolico e materiale e della dimestichezza con le tecnologie informatiche, che permettono di accedere ad uno stile cognitivo molto più dinamico, a differenza delle grandi colonne portanti degli istituti che già dal primo giorno, marcano il territorio esordendo con «Ai miei tempi….», oppure «I giovani di oggi…» e altre baggianate del genere. Ora, questo corpo giovane di insegnanti precari, che si è formato per almeno due anni presso una Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario a livello regionale (SSIS), pagando la formazione di tasca propria dai 4.000 ai 5.000 euro, di fatto non gode dei diritti costituzionali e comunitari riservati non solo ai colleghi europei, ma anche a quelli italiani.

Sorvolando sul dettaglio del pagamento della propria formazione, circostanza rara anche nei contesti privati, accade che una volta terminata la SISS, il/la docente si accorga che il Ministero, che fissava il contingente necessario di docenti di anno in anno, doveva aver commesso qualche errore di calcolo, giacché dopo 9 anni di attivazione della Scuola di Specializzazione si è sfornato un numero tale di precari che per essere assorbiti nei ruoli ci sarebbero voluti circa 35 anni. Un errore avvertito ad un certo punto, dal momento che il Ministero, quando si è fatto due conti, ha deciso di chiudere le SISS e far saltare una generazione dei docenti, salvo poi, considerata la varietà frequente con la quale i nostri governi si avvicendano, giungere al vertice del Ministero della Pubblica Istruzione un nuovo soggetto e indire un concorso a cattedre, aperto sostanzialmente agli stessi precari già specializzati, i quali si sono chiesti: «Ma non avevamo già fatto un concorso per entrare nella SISS, poi una formazione e quindi l’esame di Stato per l’abilitazione?»

Considerata l’incongruenza, questi/e giovani precari/e si sono rivolti/e ai sindacati, che notoriamente difendono i diritti dei lavoratori (sic!), i quali hanno riferito che il concorso si doveva fare e che loro erano disposti ad attivare corsi di formazione per la preparazione al concorso (per fortuna che ci sono i sindacati in Italia a tutela dei lavoratori, soprattutto quelli giovani e precari!). E così partono le assemblee sindacali per discutere della questione del concorso, dove i segretari dei sindacati si limitano a presentare i presidenti di enti di formazione, disposti ad assistere i docenti nella preparazione. Ovviamente l’autore di questo articolo, che ha molta fiducia nelle istituzioni, soprattutto quelle che storicamente hanno sostenuto le fasce più deboli della popolazione, è confortato dal modo in cui i sindacati cercano di arginare gratuitamente la loro incapacità nel bloccare il concorso, ma deve subito ricredersi, perché il corso di formazione per la preparazione al concorsone è a pagamento! Ma come? Beh, sì ci sono dei costi da sostenere per pagare i docenti; e chi sono i docenti? Quelli che lavoravano nelle SISS! Ma come? Li abbiamo già seguiti! Così è, se volete, gesti di stizza del segretario del sindacato: docenti insolenti!

Ad ogni modo, torniamo alla matematica, perché dovevano averla studiato davvero male gli incaricati del Ministero dal momento che non solo i numeri dei posti disponibili presso le SISS erano sempre di gran lunga superiori al contingente disponibile nelle scuole, ma, cosa molto strana, al Sud Italia il sistema era privo di ogni logica, giacché si continuavano a sfornare docenti che per lavorare dovevano far le valige e trasferirsi al Nord. Così per anni, docenti campani, pugliesi, calabresi e siciliani, per poter guadagnare quei 1300 euro mensili, hanno invaso Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, al fine di entrare in ruolo e poi ritornare nuovamente al Sud, alimentando un circolo malato che fa risultare sistematicamente posti liberi fantasma al Sud e richiesta di insegnanti al Nord.

Considerate pure, cari genitori, che, mentre si svolgono tutte queste vicende e il docente precario comincia a studiare autonomamente, negli stessi giorni egli entra nelle classi in cui ci sono i vostri figli e le vostre figlie e cerca di fare lezione di letteratura, filosofia, matematica, ma anche educazione civica e diritto, mostrando i passi avanti che il nostro Paese, con le sue istituzioni compie per favorire l’integrazione e l’inclusione!

Ora, cari genitori, considerate che la maggior parte dei docenti precari lavora come insegnanti di sostegno, a stretto contatto con i ragazzi e le ragazze italiane più svantaggiate e in difficoltà e che hanno bisogno di tutte le attenzioni e cure possibili, ma a causa della mancanza di un progetto a lungo termine sulla scuola, che parta dalla dignità del lavoro, molti di questi ragazzi e ragazze con disabilità e certificati sono costretti/e a cambiare docente di sostegno ogni anno, senza che si riesca a costruire una relazione efficace, fondata sulla fiducia e sulla conoscenza approfondita delle necessità dell’alunno e dell’alunna.

Il paradosso è che l’alunna/o certificata/o potrebbe anche aver cambiato nel corso degli otto anni di scuola media inferiore e superiore, se tutto va bene, almeno 8 docenti di sostegno, e consideriamo che nella previsione più rosea ne abbia avuto solo uno per ogni anno. Così appena il ragazzo o la ragazza ha cominciato a prendere fiducia con l’insegnante, ecco che l’anno scolastico è finito, il/la docente licenziata/o e l’anno successivo gli toccherà cominciare daccapo con altri insegnanti. Per farvi un esempio, nella scuola in cui lavoro quest’anno su 11 docenti di sostegno solo uno è di ruolo, mentre gli altri 10 sono precari con una varietà che va dall’abilitato e specializzato sul sostegno, all’abilitato, ma non specializzato, al non abilitato e non specializzato e di questi 11 solo 3 possono garantire la continuità rispetto all’anno precedente.

All’interno di questa situazione così composita, cari genitori, con tutta la buona volontà e la cura che queste persone, che scelgono di fare gli/le insegnanti per 1300 euro al mese senza scatti di anzianità e senza aumenti per decine di anni, possano metterci nel relazionarsi con i vostri figli e le vostre figlie, capite bene che ad un certo punto occorre anche essere appagati come lavoratori e lavoratrici per poter arrivare a scuola ogni mattina e instaurare una relazione educativa davvero significativa.

Il punto è che più si va avanti e più l’insegnante precario viene svilito come persona e come lavoratore/trice, costretta/o ad un rango inferiore ai/alle colleghe/i di ruolo con una certa anzianità, rischiando di cadere in una terribile forma di burnout, di processo stressogeno che conduce chi esercita una professione connessa con la relazione d’aiuto a non sopportare il carico eccessivo che il lavoro richiede. Tale atteggiamento si concretizza in forme di esaurimento emotivo, aridità e cinismo morale, calo della soddisfazione personale, sociale e istituzionale, il tutto perché non adeguatamente riconosciuto come professionista a livello lavorativo. 

Ecco, ad esempio, quando volete fare ironia sulle ferie estive dei/delle docenti, per favore, chiedetegli prima se è di ruolo o è precario, perché il precario per i due mesi estivi non è in ferie, ma è disoccupato e, se fino al 2012 percepiva una indennità di 947 euro mensili, dal 2013 si è deciso di decurtare e scendere così a 870 euro mensili, soldi che ovviamente il/la precaria/o non vedrà se non a settembre, dopo aver attivato un paio di segnalazioni presso gli uffici dell’INPS. Tuttavia, per compensare il diritto costituzionale (art. 36 Cost. It.) a fruire delle ferie, che il docente non può prendere spontaneamente a suo piacimento durante l’anno scolastico, i giorni di ferie fino allo scorso anno venivano liquidati alla fine del contratto come ferie non godute. Bene, tutto ciò non accadrà più, quei 1000 euro che andavano a compensare la disoccupazione non ci saranno più perché al precario verranno scalati i giorni di ferie durante i giorni di sospensione delle lezioni in maniera coatta dall’amministrazione, che, a colpi di spending review, deve risparmiare.

Ma al di là del depauperamento materiale, giacché occorre riconoscere che ai giorni d’oggi già è tanto percepire uno stipendio, foss’anche per 10 mesi su 12, ciò che, invece, risulta più umiliante è il depauperamento spirituale, il lento e profondo svilimento esistenziale e motivazionale di un’intera generazione di docenti, quella più vicina ai vostri figli e alle vostre figlie, cari genitori, quella nella quale molto spesso i vostri ragazzi e le vostre ragazze si rispecchiano perché antropologicamente più simili a loro e perché magari riconoscono l’accurata preparazione e formazione specialistica alla quale la precarietà li ha costretti per cercare di essere più bravi degli altri; peccato però che il sistema italiano dell’istruzione non funzioni secondo criteri di meritocrazia, ma di anzianità e quindi ai precari non sarà dato alcun incarico appagante all’interno delle scuole.

Tutti i giorni la parte più giovane della classe docente italiana entra nelle classi dei vostri figli e lelle vostre figlie per fare comunque lezione, per assistere comunque i ragazzi e le ragazze con disabilità, ma lo fa con un carico di rabbia e insoddisfazione causato dalle politiche del lavoro, che tendono ad escluderli sistematicamente non solo dall’accesso ai diritti fondamentali dei lavoratori e delle lavoratrici, ma soprattutto con l’esclusione dalla cerchia delle persone che possono costruire un futuro. In questo modo la precarietà, questa forma moderna di dis-integrazione e di esclusione, in un ambito così delicato, com’è quello della formazione, nella quale si richiedono doti empatiche per entrare in sintonia con gli alunni e le alunne e immedesimarsi con i loro bisogni, diventa la peggiore nemica dell’inclusione e dell’integrazione, giacché se dovesse funzionare l’empatia anche per i ragazzi e le ragazze nei confronti dei loro insegnanti, essi accederebbero ad un universo di personalità sfilacciate, deluse, sempre ai limiti dei processi decisionali e istituzionali, impotenti, esclusi e dis-integrati.

Ebbene, cari genitori, adesso provate ad immaginare quando i vostri figli e le vostre figlie si specchiano in questo 20% del corpo docente costituito da giovani insegnanti precari, come possono immaginare il loro futuro nel nostro Bel Paese?

ML (2015) su Orizzonte Scuola


Lascia un commento