Pubblichiamo l’intervista integrale effettuata nel 2012 da Teresa Lapis all’architetto e urbanista Giuseppe De Luca posta in appendice al volume Dialogo tra i saperi, Aracne, Roma 2026 (di prossima pubblicazione).
D: Qual è la tua nozione di Nozione di bene pubblico?
R: Tendo ad interpretarlo partendo dal concetto dell’interesse pubblico secondo la nota definizione di Alexander: esso «rappresenta l’aggregazione di tutti i valori della comunità o l’insieme dei fini e degli obiettivi concordi verso i quali ci si aspetta che lavori il processo di pianificazione razionale. L’esistenza di un tale “pubblico interesse” fu dato per assodato al culmine della pianificazione comprensiva, l’amministrazione “razionale” e il “buon” governo tra gli anni ’30 e gli anni ’50 e raramente fu messa in discussione l’abilità di pianificatori e amministratori, lavorando insieme ai rappresentanti eletti, di identificare questo pubblico interesse e giustificare nel suo nome le loro proposte» (Alexander, 1997, p. 135). L’espressione interesse pubblico è usata spesso dal legislatore, dagli operatori “pratici” e dai giuristi in genere per indicare un particolare tipo di movente delle azioni umane, in contrapposizione a quello che si suole denominare interesse privato. È ancora oggi difficile definire l’interesse pubblico che, non a caso, è stato descritto come “un personaggio oscuro e misterioso, nel nome del quale se ne combinano di ogni genere” (M. Stipo, L’interesse pubblico un mito sfatato?, in Scritti in onore di M.S. Giannini, vol. III, Milano, 1988, p. 912) Probabilmente ciò deriva anche dalla circostanza che non si ha sufficiente consapevolezza del fatto che gli interessi pubblici subiscono decisivi condizionamenti dalle ideologie politiche o sociali dominanti. Nonostante la difficile comprensione del termine, esso costituisce la base, l’elemento portante senza il quale non esisterebbe il diritto amministrativo. Il suo significato tende a confondersi con quello di altre espressioni simili, che, in alcuni casi, operano come suoi sinonimi, in altri, stanno ad indicare ipotesi sotto vari aspetti più ampie o più circoscritte, ma pur sempre dotate almeno di una base comune (A. Pizzorusso, Interesse pubblico e Interessi pubblici, in «Rivista Trimestrale Diritto e Procedura Civile», 1975, p. 57). Una deriva di bene pubblico (inteso come interesse pubblico) è quella di bene comune, proposto da Rodotà. Per me tendono ad avere lo stesso significato. Deriva nel senso che il bene comune dovrebbe essere ristretto solo alle cosiddette “comunanze”, che derivano dalla tradizione medioevale giunta fino a noi, per esempio, con gli usi civici. Recentemente prende piede, non solo in Italia, l’idea di comuni valori di base fondati sul principio del bene comune indipendentemente dagli schieramenti e dalle responsabilità politiche tra maggioranza e opposizione. Maggioranza e Opposizione non sono la stessa cosa. Chi governa ha la responsabilità di decidere, ma deve decidere non per difendere degli interessi di parte, ma per realizzare il bene comune. Bisogna trovare un accordo su valori condivisi e sulle priorità irrinunciabili. Ho qualche problema ad uscire da questa visione tradizionale. Quindi lo declinerei (in una visione urbanistica) solo come interesse collettivo o della collettività, che indica genericamente l’interesse di un determinato gruppo, considerato nella sua unità ed eventualmente l’interesse di ogni singolo componente, in quanto partecipe del gruppo; oppure come interesse sociale, che indica propriamente il carattere di un complesso di esigenze e di problemi attinenti alla vita collettiva che hanno radice nella sfera dell’individuo in quanto socius, o nei gruppi di individui, e tendenzialmente si spingono verso il campo degli interessi pubblici.
D: Qual è il significato che dai a Bene comune?
R: Vedi sopra
D: E, invece, a pratiche, funzioni e usi? Che inerenza con c’è tra proprietà e possesso? Quale ruolo assume “il pubblico” per l’urbanista?
R: È il senso della pratica tecnica che prende corpo solo in una dimensione pubblica. Mi spiego meglio. Il pianificatore urbanista:
- ha un ruolo costituzionalmente rilevante, perché il loro lavoro è destinato a prendere corpo all’interno di una azione di livello istituzionale (art. 117, sia quando si richiamava l’urbanistica fino al 2001, sia quando si richiama dopo il governo del territorio);
- in virtù del primo assunto, esercitano la loro professione esclusivamente nel dominio pubblico, quindi l’operare ha come fulcro di riferimento il patrimonio e i beni di tutti;
- per i due punti precedenti, ha responsabilità dirette non solo verso la loro clientela istituzionale, quanto verso tutta la “gente” e, soprattutto, verso le generazioni future, per questo sono chiamati ad esercitare la professione in modo etico e molto responsabile.
I pianificatori territoriali e urbanisti svolgono quasi esclusivamente un ruolo di supplenza super partes all’interno delle pubbliche amministrazioni, anche quando sono inseriti in team di progettazione. Il loro rapporto di lavoro non genera uno scambio contrattuale, quanto un disciplinare di incarico in nome e per conto della collettività per la quale sono chiamati a lavorare. Essi, difatti, possono lavorare solo con istituzioni, quindi il senso della res publica è interno al loro operare: è connaturato. La pratica, quindi, prende corpo nell’ascolto sociale, necessita di una competenza rilevante ed è legata a costruire scenari fattibili sempre indirizzati al pubblico. Per questo risponde ad una deontologia diversa da quella degli altri professionisti tecnici. Rimando ai miei articoli pubblicati in Urbanistica Informazioni, nn. 221/222, 2008; Urbanistica Informazioni, n. 231, 2010; nonché all’allegato che uscirà sulla rivista Contesti.
D: Uso e abitazione, quale senso per l’urbanista e quale per l’architetto.
R: Per il primo è una funzione sociale. Per il secondo molto più semplicemente un contenitore per vivere che rappresenta anche l’individualismo di chi la vive, quindi una utilità individuale.
D: Uso privato, uso pubblico e uso misto: quale influenza per l’urbanista.
R: Qui devo introdurre il concetto di principio insediativo. Il principio insediativo è la risultante delle relazioni tra i materiali dello spazio costruito (edifici residenziali, commerciali, edifici industriali, capannoni, ecc.) e lo spazio aperto di loro pertinenza (lotto o altro). Configurazioni insediative diverse, combinandosi, danno origine a tessuti diversi, questa è progettazione dello spazio, è progettazione urbanistica. È la progettazione degli spazi aperti pubblici che porta a dare senso alle gerarchie, che solidifica le relazioni tra gli oggetti architettonici e tra le funzioni. Ovviamente è la progettazione d’insieme che garantisce un’adeguata articolazione degli spazi aperti tra pubblici, di uso pubblico e privati, con una chiara suddivisione tra spazi accessibili a tutti (luoghi e servizi pubblici urbani), spazi destinati per lo più agli abitanti (spazi aperti di pertinenza agli edifici e funzioni accessorie all’abitare) e spazi privati. Dunque, è la progettazione unitaria che garantisce: luoghi di incontro, di sosta, di socialità libera, semilibera e di privacy, nonché una mediazione tra interno ed esterno e tra dimensione collettiva e dimensione privata. È il pensare unitario che porta a non perdere di vista la continuità fisica tra gli spazi pubblici e semi pubblici e la massima permeabilità all’uso da parte dei cittadini per garantire fruibilità, familiarità e senso di appropriazione all’intero sistema, permettendo anche ai soggetti deboli (bambini, anziani) di muoversi con sicurezza. Più che influenza, la differenziazione tra pubblico/privato/ misto è l’essenza dell’urbanistica.
D: Pianificazione e progettazione tra urbanistica e architettura.
R: Intanto cosa intendo per pianificazione: elaborare un sistema di azioni da svolgere nel futuro dopo una esplicita deliberazione. È un progetto tecnico per trasferire nello spazio un ordine sociale e politico. Queste azioni sono dirette al raggiungimento di obiettivi che rendano possibile il conseguimento di finalità sociali. Così definita, la pianificazione è, per noi, un’attività che è propria delle istituzioni pubbliche. Gli obiettivi vanno definiti in rapporto alle risorse (riserve) impiegabili in un predeterminato periodo, cercando di ottenere i livelli massimi di efficacia e di efficienza consentiti dalle circostanze. Il piano è un prodotto di temporanea validità dell’attività di pianificazione e consiste in un sistema di scelte (decisioni) definito rispetto allo spazio e al tempo. La pianificazione e l’urbanistica producono regole e procedure. Il prodotto è immateriale: il piano. È l’applicazione del prodotto (attraverso un processo) che conduce alla costruzione fisica di ambienti e quindi alle trasformazioni territoriali. L’architettura e l’ingegneria producono oggetti. Un giardino, un edificio, uno stadio od un ponte sono “oggetti”. Vi è, ovviamente, un procedimento di progettazione ed un altro di realizzazione da seguire per costruire l’oggetto, ma questi procedimenti sono puri e semplici strumenti utilizzati per la costruzione dell’opera di architettura o di ingegneria. Ancora: Il pianopuò essere definito come il codice procedurale da adoperare per la realizzazione di un complesso di localizzazioni funzionali, tra loro interrelate da reti di comunicazione e trasporto, elaborato da una Istituzione detentrice della facoltà di decidere, in qualità di rappresentante delegata dalla maggioranza dei cittadini. Il Piano è Verbo/Disegnato;il progettopuò essere definito rappresentazione di un oggetto da realizzare elaborato da una impresa (progettista) o da una Istituzione (ufficio tecnico comunale, ecc.). Può anche essere definito come l’insieme delle modalità di una azione strumentale. Questa distinzione non è banale, perché i pianificatori territoriali e urbanisti sono obbligati a tenere in considerazione l’insieme delle eventuali e prevedibili conseguenze che il loro lavoro, fissato in scelte contenute in piani, programmi, studi, ricerche, atti di governo del territorio e lavori in genere, ha sull’intera società. Il loro lavoro è indirizzato esclusivamente nell’interesse generale della popolazione investita direttamente o indirettamente dalle loro prestazioni. Qui vi è una demarcazione che, a mio parere, andrebbe tenuta ben presente. Lavorare per una istituzione per una pratica di natura che prende corpo e si conclude nel solo dominio pubblico è ben diverso che lavorare per un soggetto privato o per pratiche che prendono corpo e si concludono nei domini della contrattazione privata. La prima ha finalità quasi esclusivamente sociali e interessi generali, che nella dizione comune sono classificati come “interessi pubblici”; il secondo ha finalità quasi esclusivamente individuali in una funzione utilitaristica e interessi strettamente privati. L’habitus mentale per le due pratiche non è lo stesso, né può essere lo stesso l’operatore professionale che li porta avanti e ciò, a mio modo di vedere, è il principale problema. Detto questo, l’architettura viene dopo l’urbanistica. Anche qui introdur- rei la distinzione tra piano e progetto per farmi capire. Il progettodi architettura o di ingegneria non ha la capacità di riconoscere o costituire diritti e di definire regole, se non all’interno di un sistema di diritti e di regole predeterminate dal piano urbanistico entro cui nasce. Rapporto che non muta nemmeno quando il piano si limita a registrare dei progetti che preesistono. Il pianoha un contenuto imprescindibile: i diritti e le regole che, una volta approvato, statuisce in quanto legge locale. Esso, infatti, è un insieme di proposizioni (analitiche e) normative, verbo disegnate, grazie alle quali vengono riconosciuti o costituiti diritti ed espresse regole di produzione e consumo dell’ambiente fisico. Diritto e pianificazione hanno molto il comune. Su questo rimando a L. Mazza, Piano, progetti, strategie, in CRU, n. 2, 1994.
D: Grazie.
TL (2026) per Dialogo tra i saperi

Giuseppe De Luca (San Giovanni in Fiore i1956 ) risiede a Firenze. È stato Segretario generale dell’INU da maggio 2011, dopo il XXVII Congresso di Livorno, a luglio 2016, dopo il XXIX Congresso di Cagliari. Dalla stessa data ha assunto la carica di Presidente di INU Edizioni, mantenuta fino a novembre 2020, quando ha assunto la carica di Direttore del Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Direttore della Fondazione Giovanni Astengo (2008-2011) e Segretario dell’INU Toscana (2000-2005). È iscritto all’Ordine degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori di Firenze in qualità di pianificatore territoriale. Dal 2019 è componente esperto in urbanistica e programmazione territoriale al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. È laureato in Urbanistica all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, con Giovanni Astengo, e specializzato in Planning studies, con Derek Diamond, alla London School of Economics. È professore ordinario di Urbanistica all’Università di Firenze e professore a contratto all’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana. Precedentemente è stato in ruolo come ricercatore in Tecnica e pianificazione urbanistica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università della Basilicata. Dal 2000 al 2011 è stato Vice-presidente nazionale dell’Associazione nazionale urbanisti e pianificatori territoriali e ambientali. I principali campi di ricerca ruotano intorno alla pianificazione territoriale e strategica di livello regionale, con particolare riferimento a quella multilivello e multiattoriale, e quella locale. In questi ultimi anni sta esplorando i temi legati all’overturismo nelle città d’arte, nonché il ruolo del soft power in urbanistica, con particolare riferimento alla connessione tra piani di gestione dei siti patrimonio dell’umanità e il governo del territorio. Ha esplorato la storia urbanistica della Toscana e l’evoluzione della Pianificazione di sistema in Italia indicando nella Progettazione urbanistica governante una delle possibili modalità per dare senso alla decisione pubblica. Ha svolto nel tempo ricerche e consulenze o responsabile tecnico in atti di pianificazione per il Ministero dei Trasporti, la Regione Toscana, la Regione Basilicata, la Regione Veneto, la Provincia di Pistoia, la Città Metropolitana di Firenze; per diverse amministrazioni locali (tra cui Barberino Tavarnelle, Castell’Azzara, Certaldo, Concordia Sagittaria, Firenze, Kurbin, Pisa, Pitigliano, Portoferraio, Portogruaro, Roccastrada, Scandicci, Sorano, San Giovanni in Fiore); per agenzie territoriali regionali, l’Irpet, il Coses, l’Isap, o nazionali, CNR, Enel ricerche. Ha al suo attivo numerose partecipazioni a congressi e conferenze, nonché diverse pubblicazioni. Le più recenti: with Resilience: Climate Adaptation Strategies in the Arno and Hudson River Basins» (with A. Shirvani Dastgerdi), in Sustainability, 2025, https://www.mdpi.com/2071 «The Post-Earthquake Transformation of Laç, Albania. From an Innovative Masterplan to Partisan Reconstruction» (con G. Islami, D. Veizaj, L. Di Figlia, E. Pergega), in Nilda Valentin & Armand Vokshi (ed), Albania in the Third Millennium. Architecture, City, Territory, Polytechnic University of Tirana, (AL) 2024, M. Biggeri, G. De Luca, A. Ferrannini, C. Pisano (eds), Mondeggi. Rigenerazione sociale, culturale e agricola per una Città Metropolitana sostenibile, FUP, Firenze 2023, , Open Access CC BY-NC-SA 4.0 – https://books.fupress.com/isbn «A Post-Pandemic Look at Short-Term Tourism Accommodations and World Heritage Site Management» in Journal of Tourism and Cultural Change», vol. 20, no. 6, 2022 (printed in January 2023), «Reforming Housing Policies for the Sustainability of Historic Cities in the PostCOVID Time: Insights from the Atlas World Heritage» in Sustainability, 2021, «Sustainable Cultural Heritage Planning and Management of Overtourism in Art Cities: Lessons from Atlas World Heritage», in Sustainability 2020: 2071, «Climate Change and Sustaining Heritage Resources: A Framework for Boosting Cultural and Natural Heritage Conservation in Central Italy», in Climate, 2020.
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