A pochi giorni dalla scomparsa del maestro-filosofo Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921– Parigi, 29 maggio 2026), ci piace ricordarlo con uno dei testi, forse, meno significativi della sua sterminata produzione bibliografica, ma, di sicuro, estremamente interessante e significativo dell’elaborazione degli ultimi anni sulla società complessa e multidimensionale. Si tratta, infatti, di un volume del 2015 che nasce da una conferenza tenuta da Morin a Milano sulle tecnologie dell’informazione, in particolare sul ruolo svolto dal web nella nostra società.
È l’occasione per riflettere sulla nostra società, che viene paragonata, in virtù della sua complessità e interconnessione, alla rete, al web. Se l’analisi sociologica e antropologica sulle nostre società conduce a prendere atto che la globalizzazione è il riconoscimento della complessità, l’etica, attivando processi di solidarietà e responsabilità, è la contromisura per evitare che le comunità si frantumino e si scontrino, sempre all’interno delle società, fino a disintegrarsi.
Nella prospettiva di Morin, che mette capo alla fondazione di un nuovo umanesimo, si punta il dito contro la frammentazione dei saperi, avvenuta in seguito alla iperspecializzazione, circostanza che ha permesso ai saperi ritenuti scientifici di poter fare a meno di una considerazione finalistica delle conseguenze delle proprie ricerche, soffermandosi esclusivamente sull’ebbrezza della scoperta e sul valore strumentale della stessa. In fondo, sono state le stesse acquisizioni delle scienze dure dei primi del Novecento, in piena crisi dei fondamenti, a riconoscere, attraverso i principi di indeterminazione di Heisenberg e di incompletezza di Gödel, che, in fondo, il proprio statuto epistemologico non era così certo e, di conseguenza, fondante per le altre scienze.
La complessità è la categoria attraverso la quale è possibile leggere da una parte, a livello socio-economico, il meccanismo e le conseguenze della globalizzazione sulle società e sulle persone, dall’altra, su un piano epistemologico, il meccanismo e le conseguenze della postmodernità intesa, come sostiene Lyotard, come perdita di significato di tutte le metanarrazioni che funzionavano in età moderna. In questo senso il ricorso a Lyotard si esprime proprio nella perdita di un centro di riferimento dispensatore di un universo simbolico totalizzante, circostanza che mette capo ad un profluvio di centri di irradiazione di informazioni, tutti legittimi, che affilano le armi retoriche per garantirsi sofisticamente la credenza della maggior parte dei soggetti politici, che, in quanto tali, garantiscono e assicurano la detenzione del potere politico.
Per evitare, quindi, che la globalizzazione mostri il suo aspetto meramente economicistico, cioè che sia intesa esclusivamente come livellamento dei soggetti che consumano oggetti analoghi in tutto il mondo, macdonaldizzazione, adattandosi alle culture locali, è necessario che l’etica intervenga per sollecitare la politica a finalizzare tutte le scienze e porle a servizio dell’uomo: questo è il vero senso dell’umanesimo di Morin, così come di qualsiasi antropocentrismo relazionale.
Per poter cogliere positivamente la sfida della postmodernità è necessario che, accanto alla globalizzazione economica, alla frammentazione della politica nazionale, ci possano essere molteplici movimenti d’opinione transnazionali che usino lo scambio d’informazioni per far salire in tutto in mondo, fino alle zone più recondite, il livello di diritti umani acquisiti. Accanto alla veste economica, dunque, la globalizzazione comincia così a mostrare la sua vocazione cosmopolitica, laddove la società nel suo complesso diventa sovrapponibile allo spazio del mondo, come sostiene Seyla Benhabib, e legittima in questo modo la solidarietà transnazionale: ne sono dimostrazione la Freedom Flotilla, la Global Sumud Flotilla, il Black lives matter, la solidarietà verso Cuba e Venezuela.
Dal punto di vista epistemologico, invece, il pensiero complesso è il risultato della presa d’atto della sconfitta del determinismo, quello che ha preteso di poter dire una parola definitiva sui processi della conoscenza e, in ultima analisi, anche sulla condizione umana. L’incapacità, dunque, dei sistemi deterministici di fare previsioni, fa sì che la conoscenza sia dominata dalle incertezze, pertanto il pensiero complesso diventa una forma di saggezza che supera la mera conoscenza teoretica e diventa arte di vivere. Ciò passa, quindi, per mezzo della rivalutazione della passione accanto alla ragione: la conoscenza non è limitata agli aspetti empirici e tecnici, vi è una conoscenza che deriva anche dall’arte, dalla letteratura, che in qualche modo riempie di passione la vita degli uomini.
Morin, quindi, proprio nell’ottica della complessità definisce l’uomo, al tempo stesso, in maniera tripartita e dialettica come:
- Homo sapiens, ma anche homo demens: non è solo la ragione a dominare gli aspetti della sua vita, ma anche la follia che si esprime nell’arte, in ciò che non necessita di una conoscenza, bensì di passione, di trasporto e in ciò anche l’impegno nel lavoro della scienza richiede passione;
- Homo faber, ma anche homo mythologicus: la caratteristica poietica della produzione, tipica dell’epoca rinascimentale attribuita all’essere umano non è la sola componente che indirizza la sua azione nel mondo, ma egli attribuisce senso anche ad eventi a fenomeni non materiali, ha la facoltà di costruire miti non dimostrabili che acquisiscono verità ai suoi occhi. Da questo punto di vista la proiezione della scienza, della tecnologia nel futuro e la fiducia accordatale in maniera assoluta costituisce un ulteriore mito per l’uomo moderno;
- Homo oeconomicus, ma anche homo ludens: la caratteristica del comportamento economico dettato esclusivamente dall’interesse personale e dal profitto è una caratteristica del pensiero utilitaristico del Settecento, ma Morin allude alla facoltà che ha l’uomo di trascurare gli elementi utilitaristici per accedere ad una dimensione completamente gratuita dello scambio economico, dell’economia di comunità, del microcredito, del commercio equo e solidale.
Infine, Morin analizza un aspetto molto interessante della coscienza dimidiata contemporanea, vale a dire il fenomeno della self-deception, cioè l’autoinganno, il mentire a sé stesso attraverso la costruzione del nemico feindbild. Da un lato, questo meccanismo impedisce di fare autocritica, di analizzare autonomamente la propria coscienza, per cui la modernità borghese ha inventato gli specialisti: psicologi, psicoanalisti, counselor, guide spirituali a pagamento, che del resto svolgono ciò che in passato facevano i preti gratis! Dall’altro, il fenomeno della self-deception, imputando sempre agli altri gli aspetti peggiori, riducendone lo statuto ontologico, antropologico, morale e culturale, non permette di attivare l’empatia e simpatia necessaria per realizzare la solidarietà.
Scompare Morin e con lui un pensiero pedagogico che ci ha permesso di invertire una tendenza incistata in vecchie teorie dell’educazione, ma scompare con lui anche un approccio morale che ci parlava di comprensione umana, di empatia e simpatia, di ciò che permette di mettersi nei panni dell’altro e resistenza alla crudeltà, alla barbarie: erano queste le cifre di un’etica che si fa sempre più sbiadita.
Edgar Morin, Etica e identità umana. Meet the media guru, Egea, Milano 2015.
ML (02/06/2026) per Agorasofia

